jump to navigation

poetas ecuatorianos al italiano por lisa cocco *david ledesma,,,y más mayo 21, 2010

Posted by carmenmvascones in Uncategorized.
Tags: , ,
trackback

-DAVID LEDESMA(1934, Guayaquil)

Profilo contro le fiamme

venne raccontando sulle sue labbra pure
la più innocente delle canzoni.
La sua chioma / era rappresa in duri boccoli
che certo potevano essere il miele del bronzo.
Erano i suoi occhi di un colore assorto
che fluttuava tra il verde ed il marrone.
Venne pieno di luce.
Era la sua anima,
tranquilla come un fiume di versi
E vedendolo così, contro la luce, eretto
tra le alte fiamme confondendosi,
il nero cancerbero* si è steso
per leccare con le tre lingue aspre
la sua figura illuminata.

* Cancerbero: cane mitologico a tre teste, che faceva il guardiano
alla porta dell’ inferno

========================================================================================

EULER GRANDA(1935, Riobamba)

Aprile32:

Comincia il giorno
con una brutta parola tra le pareti.
Fa lo stesso:  aprile o venerdì,
i passi si esauriscono fra le pietre
e fino a troncarsi a terra
matura lo scheletro.
Le porte partoriscono ombre,
visi uguali, denti;
si stanca il calzolaio di battere nella
suola
ma il pane non risponde.
Stese nella strada disoccupate mani
si rinsecchiscono.
Senza che lo ostacoli nessuno
il sole diventa vecchio
anneriscono le viscere, la tosse
la pelle bruciata ed il giorno si confonde
nel tumulto della gente.

========================================================================================
CÉSAR DÁVILA TORRES(1932, Ibarra)

Compito poetico:  duro come la vita il compito poetico, / e la vita disperatamente / inclinata per poter sentire / nella grande anfora vegetativa / una particella di marmo, per lo meno, / cantando solo come se brillasse / e pungendosi nel cielo più oscuro./ Attraversavamo strade strapiene di sale / fino alle gronde, e la barba / ma la poesia
come una ghianda ancora calda, respirava dentro la scatola di un’arpa./ Tuttavia, in certi giorni di miseria, / un arco di violino era capace di ammazzare una capra, / sul bordo stesso di un pianeta o di una torre./ Tutto era crudele, / e la poesia, il dolore più antico, / quello che cercava gli dei nelle pietre./ Altra cosa era / quel terribile sole eccitante / dentro le costole di San Sebastiáno./ Nessuno potrà guardarti come allora / senza ricevere / una frecciata negli occhi./

========================================================================================

CARLOS EDUARDO JARAMILLO(1932, Loja)

Perseo davanti allo specchio:  Perché l’eroe fu dotato dello specchio della verità / non poteva cadere nell’inganno dalla gorgona* / la radiante esplosione della sua chioma folgorante / la galassia dei suoi occhi trasformandosi in stelle / la cangiante eternità del cosmo nei suoi occhi / caricati col potere della pietrificazione e la morte / l’ardente amore alimentato solo per l’istante  del / desidero fino all’eiaculazione e l’ombra./  Ma l’eroe poteva vedere nello specchio la nefanda metafora / i sibilanti serpenti, l’acido fuoco, / il corrosivo amore / e saltare l’apparenza./ (la salva, in realtà, chi che non la conosce?)/ Fu così per una volta./ Stava nell’eccezione , nel caso, l’esempio./ E girò la testa ed il pericolo.  E liberò l’incantesimo./ L’eroe aveva sotto il ginocchio / la bella testa mozzata – negli occhi la solitaria / innocenza dell’ombra cosmica – / e lo specchio vuoto.  Nello specchio il viso trasformato del vincitore, davanti alla sua strana gloria.  Ed il cigolante / suono dell’eternità/

*gorgona: nella mitologia greca, la gorgona, era uno spietato mostro femminile, o una dea protettrice nata da antiche credenze religiose.  Il suo potere era così grande che chiunque cercasse di guardarla rimaneva pietrificato, perciò  la sua immagine veniva posta in ogni luogo,  per propiziarsene la protezione. La gorgona portava una cintura di serpenti intrecciati.

========================================================================================

-VIOLETA LUNA (1943, Guayaquil)

Allegria:  In che posto sei rimasta / in che cassetto scricchiolante dell’infanzia, / sotto a che salice./Dove ti sei persa e a che ora./ Ti ho avuta, / non ti ho avuta, / con chi ti sei intrecciata / e com’ è che vaghi facilmente / e poi non torni più./ Forse ti sei staccata dalla mia mano / sei stata solo un trillo, / un anello d’aria, / un uccello di farina e bolle /./ In che posto sei caduta, / dietro che prigione, / che vento ti ha schiacciato sotto il pomeriggio, / che nuvola ti ha coperto / e in quale passo hai trovato nido./ A volte / presumo che mi chiami da lontano / e mi batte il petto / fino a che saltano rose e libellule, / e le mie braccia stanno solo / aperte e vuote. / Allegria/

========================================================================================

ANA MARIA IZA (1941, Quito)

La tenda della polvere:  il mio occhio / il diritto / il più grande e rotondo, / rimarrai cieco / per volontà della polvere./ per la luce di 500 candele / del faro della mia insonnia / Perché hai pianto terra, / sangue / spine, / chiodi, / fango./ Una nuvola di dolore deve cancellarti / del mondo dei colori / Addio alle statue del fuoco del crepuscolo, / agli sguardi tristi delle bestie / ed ai duri sguardi degli uomini./Alla strada / e alla sua moltitudine di indifferenza./ Addio alle strade, / ai treni, / le barche, / al mare / addio a tutto / ah! / Addio alla bandiera che deve ondeggiare un giorno / e che verrà scortata dall’amore del povero./ il mio occhio / il diritto, / il più grande e rotondo / rimarrai cieco / per volontà della polvere./

========================================================================================

-ANTONIO PRECIADO (1941, Esmeraldas)

Donazione:  Cerco nel fondo di tutti i cadaveri / i loro tesori aperti/ quelli che morirono bambini /mostrano in superficie /le loro recenti stelle sepolte /Ah questa fortuna di talpa che mi diedero!/ Ah la confusa terra che mi chiama!/ Ah i miei occhi svegli che vedono luci / dietro le tenebre più chiuse / Un morto mi diede calce / per scrivere un chiaro verso all’alba!/  Vedete che a nord di me / si solleva un fuoco languido / un bambino appena morto vuole darmi / il suo anemico fiore bianco, ammicca la sua tomba / alla timida luce di quel falò./

========================================================================================

-SIMÓN ZAVALA (1943, Guayaquil)

In bianco e nero:  quando uno lascia l’allegria della scuola / per aprire timido il libro della vita / deve respirare molto profondamente con tutte le memorie / respirare a polmoni aperto con l’anima e / pensare profondamente / perché il futuro è sempre un enigma che / vogliamo vivere con molte illusioni./ il libro della vita aspetta con le sue pagine in bianche / dobbiamo procedere scrivendo e riscrivendo / con le orme delle impronte più profonde / che abbiamo lasciato / nelle sconfitte e nelle vittorie / con l’inventario dei comportamenti che abbiamo alimentato / cercando di inventare il miraggio della felicità / anche se sappiamo cos’è: solo un miraggio / con gli affetti e le ferite / che hanno emozionato il nostro cuore./  E bisogna farlo con la più assoluta / verità / con la più grande sincerità / con la serenità di chi non ha niente da temere / perché il giorno che dovremo chiudere quel / libro / per viaggiare con la speranza di / un altro tempo migliore /ce ne andremo solo con quel poco / che siamo stati./

========================================================================================

-VICENTE ESPINALES (1943, Portoviejo)

Sogno d’ amore:  Che non ho un cuore / per sognare sveglio / Che sono come una pietra / rotolando di fianco / forse voglio essere uccello / sognatore di stelle / Voglio fermarmi. E mi sorprendo.  Avanzo tra baci di uve / Cesta raccolta / Femmina di sogni.  Pesca senza vermi./ Sono la Barca./ Il mare sveglio / latitudine di piaghe / Il fuoco col suo respiro./ Una parola pura in discorso di incantesimo./ Una fucina di sonni / una tela di sospiri./ Sono semplicemente un bacio addormentato./ Svegliami.  Che desidero il tuo corpo/

========================================================================================

-SONIA MANZANO(1947, GUAYAQUIL)

Mammifero nell’acqua:  io ero il mare, galleggiando alla deriva / nell’occhio convulsivo del sordo temporale / stipati ai bordi dell’ inopportuno / andavano gli uccelli / dalle gambe flaccide / Io ero un fiore carnivoro / che inghiottiva frutti / che puzzavano di pesce / nonostante la carnosità che mi copre / sono l’unico osso che ora mi affoga / sono il feto terribilmente vecchio / che muore del suo stesso tabagismo / nelle acque plasmate / dalla sua memoria amniótica / non so a chi offro / questa balena bianca / questo arpionato grido che continua a cancellare con urla / l’afonia bitonale / di questo messaggio / Salata è la saliva che ora inghiotto / in un tentativo verde di germogliare nei tuoi occhi / qui in questo letamaio / le onde depongono le loro parole / Salmastra è la bugia che ora arriva / fino al putrido suicidio dei miei mari / qualcuno abbassa il suo pollice / qualcuno infila il suo tridente / nell’ occhio distaccato del destino/

========================================================================================

-IVÁN OÑATE(1948, Quito)

L’amore:  L’amore, / quel riflesso o, frutto di luce / che pende / dall’albero del tempo. Tenue / Splendore / che ci illumina il Viso / quando allunghiamo le braccia / per raggiungerli, / solo per raggiungerli / e poi/ si spegne./

========================================================================================

-HUMBERTO VINUEZA(1944,guayaquil)

Sconosciuta suona la mia parola nella tua voce./ Tu dai corpo all’idea, / e all’ ombra fuori di lei, / e di lei;  importanza e fine./  Sento lo strepitìo di gambre nell’ ora vespertina / e dico a fior di labbra, è l’ora / in cui si trasformano in ali, i finimenti dei cavalli / La civetta vola dall’albero verso la stella, / e penso, è l’immaginazione che torna / al suo abituale stato d’ animo / Prolunghi la tua presenza nelle mie parole./

========================================================================================

ULISES ESTRELLAS (1944, Quito)

Mi chiamavo Giovanna la bugiarda:  L’altro giorno, / dopo il mio quotidiano esercizio / di trapanare i cieli, / spazzai i suoli / col mio stesso viso, / misi / il piatto in terra / e mangiai; / tirai fuori la brocca dall’ingresso / e bevvi / Come tu volevi / uscii nella piazza grande / con una corda nella gola / ed una candela gialla nella mano / Stella / occhi di tromba / vidi venire / una digura dall’aria, / circondata di grande splendore; / le mie paure di bambina / ed i miei desideri di donna, / volteggiarono / come sangue fresco / in una piaga vecchia./ Aperto il mio essere / dal baule uscirono / racchiusi di  fragranze: / furti, rapimenti / profezie, raggiri / stupori, miracoli / estasi, passioni, / sublimazioni./ Bugiarda./ entrai / nel gioco degli uomini./ nella sottile ignoranza / di transitare senza storia; / nel recalcitrante rito / delle partenze e dei ritorni/

========================================================================================

-SARA VANEGAS (1950, Cuenca)

Nei tuoi occhi: Nei tuoi occhi la mia anima si affaccia da lontano / aldilà dei soli e dei diluvi / si trattiene / nel miele bruciato dei tuoi giorni / come un bacio senza tempo /.

========================================================================================

-TALÍA CEDEÑO  (1950, Portoviejo)

Dietro le campane:  Tende a scricchiolare il corpo e la saliva / percorre il corso del fiume / di fronte o di profilo la stessa storia / fruga nelle sue radici / Che cosa dei tuoi contorni se non i frammenti?/ che cosa della mia età se non la chioma?/ Riflettono sotto il sole silenziose campane / e questo ritmo aperto diventa riverbero/ girerà intorno a te fino al volo naturale / Là vado / raggiungo il fuoco e brucia la fiamma / ascolteremo la melodia delle campane?

========================================================================================

-CATALINA SOJOS(1951, Cuenca)

Cupido:  un bambino / racchiude il mare in una conchiglia / – ondeggiare di rose / formano vetro macinato sotto i miei piedi – / il bambino / avvicina il mio cuore al suo orecchio / sento che ho smarrito le sue frecce / – il destino crepita nella sabbia / il nostro scintillio invecchia la luce – / il bambino / continua a giocare a nascondino / i suoi sandali trascinano la polvere dei sogni./

========================================================================================

-MARITZA CINO(1957, guayaquil)

Mi svegliai con la pelle / tappezzata di parole / aprii la busta che pendeva dalla mia coscia / tremarono i polpastrelli delle mie dita / staccando l’ironia e il foglio./ Angosciata nel mio discorso stretto di abitudine / non diedi nome alla mattina / mi ritirai nell’abbreviazione delle mie spalle e cominciai a leggermi lentamente./

========================================================================================

-JORGE MARTILLO (1957, Guayaquil)

Il poeta dormirebbe il sonno delle ceneri / (assente la nera band di jazz singhiozzerebbe uno spiritual / o fly aas bird to the mountains) / qualche compagno pensando che cadrebbe nella guerriglia / e un altro a come finanziare i miei funerali / a passo lento arriveremmo alla città dipinta di calce / e rinverdita dai prugni/

========================================================================================

-CARMEN VÁSCONES (1958, Samborondón, provincia del Guayas)

Le mie lacrime sono filtri della memoria / magari non finiscano mai / perché fioriscano gli uccelli / perché si posi l’arcobaleno / perché il mare non si estingua / perché le bombe di fuoco / non si attacchino al corpo dei bambini / perché il cielo poggi / perché la selva tocchi il vento / perché tu senta lo sciabordio dell’acqua / nella pelle che copri con la mia / affinché io ti ami diversamente./

2

Suono l’ arpa di David/ perchè l’ amore / continui nudo nel mio corpo / il tramonto è umido / nella nostra pelle / Siamo umani / la cosa più simile / che abbiamo / tu ed io.

========================================================================================

-FERNADO ITURBURO (1959, Guayaquil)

Torna alle braccia il figlio / Registra bilanci la carne / segmento nello spazio che lascia vedere più linee / Olfatto che deduce alimento e pericolo / Uccello consumato da uccello / Frutta consumata da animale selvaggio/ Ospitato / Il monaco vede e descrive il paesaggio splendente / Si compone il ricordo:  cima dell’alba dove sopravvengono i limiti / Ora che non scorre mentre unifica ed interroga / Trilogia inverosimile della stupidità / Il viso inganna quando mostra una strada conclusa./

========================================================================================

MARIO CAMPAÑA )1958, Milagro)

Quaderni di Godric:  So di un tempo in cui la pietà / abbracciava al mondo nelle icone / Più vicina degli uomini che Dio / più vicina della luce che fiorisce sui campi / che della nebbia divoratrice del mondo / allucinate spedizioni oltrepassarono confini / lunghi pellegrinaggi per dimenticare quanto si è perso / Tempo più vasto della tua stessa oscurità:  Ho camminato attraverso tutte le città, / tutti i giorni, nel tenace ritorno / arrivo/  -si realizzeranno le premonizioni – / dopo gli anni / tra dimenticati corridori e dispiaceri/

========================================================================================

FERNANDO BALSECA (1959, Guayaquil)

Ragazza, sola al matinée,: Brenda Rhiana la saggia / quella che non permise che la si toccasse / Fu la domenica al cinema del mistero / le sedie stridono:  erano della chiesa delle spiagge./ Quando ritornò con i capelli dritti, e una paura più grande che se le / avessero messo molti pallini di piombo nella pancia / chiese che le togliesse per favore, lo spavento / però non mi devi toccare / e come potrei non toccarti / Se sei per me come l’acqua che respiro/

========================================================================================

-EDWIN MADRID (1961, Quito)

Siamo disgraziatamente un po’ di ossa messe in una scatola:  Capii la delicatezza di essere un spettro / perché la caduta della mia ombra fu una delizia / Quella notte vagavo / per la vecchia città di Aquiev / dove il più lieve movimento / è un suono esatto / avevo scoperto che per me / il tempo toccò il suo abisso / i Miei morti si alzarono dalla tomba / ed invasero la città / non c’era dubbio era un cadavere in più / che condivideva con loro, ciascuno dei piaceri:  mangiavamo bambini / abbandonati per le strade / sgozzavamo le vecchie grasse / e mentre bevevamo wisky / sorgevano dalle nostre labbra / serpenti impazziti / raccontando storie del passato/

==========================================================================================

-MARGARITA LASO (1963, Quito)

Cosa sai tu di trafiggermi, cervo / dove non sei / le mie ossa scricchiolano e grandinano / sono bavaglio / dove non sei / nitrisce un fiume verso le mie cosce / ed è fresca la lattuga / che lo accoglie / non ti ho dimenticato / ma altri occhi sono pantere / nell’acqua / un altro è drago e spada / un’altra è preda della mia caccia / cosa sai cervo inutile / meglio se rimani tra i capi di bestiame/

========================================================================================

-MARCELO BAEZ  (1969,Guayaquil)

Alle parole che escono da me:  Parlare / mi sento parlare / Quello è il mio dono / mi rinchiudo nella prospettiva del mio vissuto / lì dove il colore va sbiadendo fino a /, trasformarsi in un silenzio funesto

2

Nessuna prova sulla cecità:  Maledetta sia la bussola che genera incertezza / perché serve solo per inabissarci di più nel vuoto / per accettarci come esseri che non sono / come un niente che reclama il niente / Siamo l’ago che non ama nessun punto /, cardinale / Sono ciò che siamo / appestati dalla nebbia che impedisce di vedere il futuro /

========================================================================================

-XAVIER OQUENDO (Ambato, 1971)

Angolo tredici:  Mia madre / sembra una quaglia che si è scompaginata / nell’inverno delle sue piume./ Lei ha un dolore tra lo stomaco e l’amore./ Non aveva mai saputo che lo stomaco / potesse avere serie connessioni con l’amore / María teresa è un’accumulazione della pazienza.  Mia madre riconosce gli iris / che non ebbi mai negli occhi.  Mia madre / sipario e ferro, / occultando il mio crepuscolo e donandomi più sole / di quanto già mi avesse dato/ per la congiunzione dei pianeti./ Mia madre e il suo dolore / ed i suoi capelli di quaderno di piuma / (descrizione appositamente accelerata).

========================================================================================

-ALEIDA QUEVEDO (1973,Quito)

Un tempo di amore ed un tempo di guerra:  gli uomini aprono lo spirito / al fuoco da dove sorgono / i nostri doni / i gesti pendono dal pianeta / e dalle porte / che ci conducono / per le variazioni del tempo/

2

Canto animale:  ubbidisco alla chiamata / delle ceneri della donna / sepolta sull’orlo del cielo / sono i resti di Alejandra Pizarnik / che riposa nel mio territorio / Scalzi i suoi piedi ed i miei / sentono il legno / le schegge dei cuori / ed il lavoro delle formiche / bocca prona/ stringendo i seni / contro l’erba e le foglie / respiriamo i fusti / i brevi incontri con l’amore / 1972 io nascevo / Il territorio era definito / te ne andavi con i profughi del mondo / con quegli uccelli che scelsero / stelle sconosciute / in questo spazio / riconosco il tuo ultimo giorno / che è sempre il mio./

========================================================================================

JUAN MORENO (1962, Cuenca)

Navigo lo stretto bordo della tua anima / Di onde che brillano contro la mia pelle bruciata dalla fortuna / la pietra si fece fuoco / il fuoco si fece dio / Respirerò meglio nel fondo marino / Con te nascosta nel limite della sabbia / Il mare sarà meridionale / quasi tutto è un di più/

2

Questo è quanto guadagnato dal tempo:  Che ci raffredda dentro / Quando il sudore si spoglia davanti alla pioggia / E solo tu rimani nei miei occhi benedetti dalla casualità/

========================================================================================

ROCÍO BURGOS (L963, Guayaquil)

Oggi conobbi la vita / in un eroe di calce che agonizzava / dove un fucile trapanava alberi / dove lettere odiavano le parole / Camminai furtiva nei deliri / dove manti di tenerezza castrano / dove il vento ammuffiva le pene / dove asfissiavano boccioli di speranze / Con le mie chimere coltivai un orto / con le mie mani scolpii la tua cera / mi ubriacai con la pelle del domani / e conobbi la luce / ormai non c’ eri./

========================================================================================

-ILEANA ESPINEL (1933, Guayaquil)

Immagine dell’amore:  Potrebbe rinascere dalle ceneri, / vivo fuoco di sete sparsa.,/ potrebbe consumarsi nell’avanzo / di tutta l’ evidenza che perisce./ Potrebbe essere il totem che sottomette / all’esilio il sangue negato./ Potrebbe essere la luce, ma è solamente / il tronco che galleggia nel naufragio./

2

Ti voglio:  Ti voglio perché hai tutto quello che non ho:  un vago sorriso che nasce
nella tua fronte / come la rugiada lieve, / l’atteggiamento debole, languido come il mio tedio, / il cuore vestito, sommerso il sangue / e l’anima verde./ Una vita per vivere, un’altra per ridere / ed un’altra per morire, / il metodo e l’ordine / rimando col deserto delle tue ragioni, / l’allegria nel canto, / il russare nella notte / ed il resto di giorno/Io che rido di angoscia e di piacere singhiozzo, / che conosco l’estranea pienezza delle ore, / che muoio ad ogni istante e / senza morire, elevo / il mio sangue allucinato allo zenit del desiderio, / che poetizzo/senza vedere la mia corona di ossa – / con un mare nella rotta ed un pugnale nelle ali, / ti voglio, perché ho tutto quello che non hai./

========================================================================================

-PIEDAD ROMO-LEROUX(1934, Guayaquil)

Della vanità:  Nell’ insensato affanno l’uomo superbo, / affezionato al suo sincero narcisismo, / si avvolge di ostentato protagonismo / dimenticando che qui, tutto è vano./
/ Vuole raggiungere il cielo con la mano, / nello smisurato attaccamento di sé stesso /
L’ egoista sconfina nel cinismo, / pretendendo di essere Dio, oramai non più essere umano./ Con superbia tanto precisa, / si trasforma in fatuo ed indeciso / / con arie
da snob e presuntuoso.// Vanitoso che tende a disturbare, / pedante con chi si deve punire /con la conferma dell’ oblìo.
========================================================================================

-GONZALO ESPINEL(1937, Guayaquil)

Stato di amore:  arriva l’amore come che arriva gennaio./ Scorre la finestra con l’aurora / e sul lino della messe d’ oro / una pagnotta di pane come stella./ Mette negli occhi un fugace veliero / che rapido parte dove l’alba dimora / e mentre tutta la stagione decora / un gelsomino si dilata nel sentiero./Cammina nell’anima coi piedi dell’acqua / ed in ogni mare la sua sorgente prosciuga / con la certezza di agitare il suo respiro.// E per il suo affanno di integrare la vita, / vi lascia la lampada accesa / benché solamente ci vestisse il vento./

========================================================================================

-RODRIGO PESANTEZ (1937, Azoguez)

Semina cieca:  Sono qui come una semina cieca / ripiegando la pace verso l’ombra./  Mi spaventa il giorno, il suo colore mi brucia, / il fuoco ovattato dei sogni./ Che cosa fare a volte quando il tempo duole / si frantuma il sangue e piange un bambino / inginocchiato in tutte le parole?/ Forse sarebbe meglio non comprenderci, ignorare i pranzi / ed i baci /e passare come le mani passano / solamente / salutandosi/

========================================================================================

-IGNACIO CARVALLO(1937, Guayaquil)

Rivelazione:  Perché le mie dita strappano il mistero della selva / l’ombra equatoriale si chiude su me./  Volteggiano i miei pugni verso l’enigma della notte / e rompono la sua maschera a colpi e fiamme / le mie palpebre scricchiolano con la forza che infonde lo stupore / e cado sommerso in un penetrante amore / di cieco disorientato da una notte che grida e percuote / con voci di stregoni millenari / con grida di vergini d’ acqua / perseguitate da mostri somiglianti all’ uomo / sferzate da liane velenose / come agili serpenti/

========================================================================================
POETI DEGLI ANNI 30:  I

I DECAPITATI E L’AVANGUARDIA

Una poesia nostalgica amara, della quale, i poeti furono ribattezzati come la generazione dei decapitati, poiché tre di essi si suicidarono: Arturo Borja, Ernesto Noboa,     Medardo A. Silva, e Humberto Fierro.
Possiamo notare un tagliente rifiuto all’imposizione dei valori, li ripropongono, ma al tempo stesso sono avviliti dal fatto di non trovare nuovi sbocchi. Sono segnati e influenzati da Charles Baudelaire, Rimbaud, Artaud, ed altri

Vediamo una dimostrazione poetica di questo gruppo:

ERNESTO NOBOA Y CAAMAÑO:

A cosa vale un’ansia intensa di fede ed amore, essere sincero e forte, se la vita è solamente una furtiva lacrima nelle pupille della morte

========================================================================================

HUMBERTO FIERRO:

Non deve essere mai amore quello che troviamo
Dopo la vita risolviamo
A furia di ricercare
========================================================================================

MEDARDO ÁNGEL SILVA:

Oh vita inutile, vita triste
che non sappiamo come impegnare.
Ci stanca tutto ciò che esiste
di conosciuto e di volgare

========================================================================================

ARTURO BORJA:

Perché ho, Signore, questa pena
pur essendo così giovane ?
Realizzai già quello che la tua legge
ordina
Perfino quello che non ho, lo devolvo.
========================================================================================
J. Carrera  Andrade, Alfredo Gangotena e Hugo Mayo, rivoluzionarono con le loro espressioni, scoperte e ricerche.

JORGE CARRERA ANDRADE:

“Lumaca:
piccolo nastro metrico
con cosa misura il campo Dio”

“Fecondo corpo:
Dio, animale dorato,
felino di seta e sonno,
pianta ed astro.

Fonte incantata
Nel deserto.
Sabbia sono: la tua immagine
da ogni poro bevo.

Onda rotonda e liscia.
Nella tua prigione di tuberose
divorano le formiche
la mia pelle di naufrago

Donna:  antologia
Di frutti e di nidi
Letta e riletta
Con i miei cinque sensi

Nuca:
Nascondiglio nel bosco
========================================================================================

GONZALO ESCUDERO

Tu mi hai dato le braccia dell’albero
affinché mi feriscano gli strali degli uccelli”
“nacqui galeotto per la mia tempesta nel mio oceano.
Senza altri remi che le tue braccia
E più catene che il tuo ricordo
========================================================================================

ALFREDO GANGOTENA:

L’ immagine dello Spirito Santo si infiamma dietro le vetrate
Il verde grido del rospo si scioglie nella mia anima
L’ alfabeto del bosco mi restituisce le parole sonore già pronunciate
Il caldo iris di seta si nutre con il sangue della mia passione
L’ uragano di tutte le lacrime potrebbe abbattersi nella mia desolazione

========================================================================================
POETI DEGLI ANNI 50

Dopo il profondo segno in cui nella poesia rieccheggia la lirica, nascono i poeti di questa decade, i più significativi sono:  César Dávila, Jorge Enrique Adoum, Efraín Jara Hidrovo, Fernando Cazón, che intraprendono nuove strade, si staccano dalle influenze, trovano la propria voce, si consacrano ad altri spazi, rovesciano le abitudini, denunciano gli orrori del potere, soprattutto Dávila.:

CÉSAR DÁVILA (Cuenca, 1918-1967)

Che animale è quello, con occhi di donna,
che guarda i ghiacciai come una stanza di specchi
o una pietra di piacere”

“Sono stato minatore, per due anni e otto mesi.
Niente da mangiare. Niente da amare. Mai vita.
La bocca della miniera era il mio cielo e la mia tomba.
Io, volevo l’oro solo per le feste del mio imperatore,
Ho sofferto con la sua luce
Per l’avidità e la crudeltà di altri.”
“Ora so che hanno dato questa anima in mezzo a una battaglia
abbacinato dai fiammiferi nemici,
guardai il cadavere di mia madre sotto il cigno che l’amava.

========================================================================================

FRANCISCO TOBAR GARCÍA (1928, Guayaquil)

L’orgoglio, è il cammino delle rovine?
ah! le voci genuine cantano a tu per tu,
rieccheggiano di pace ed eternità
mai concordi.
Mi accusi di qualcosa di assurdo,
di non pensare al domani,
di non alzare i muri della mia prigione,
che chiameresti con entusiasmo altezzoso “casa”,
non voglio essere fondamento, io sono il vendabal*,
e mai le ore morte, o il mazzo di carte
in tale inquietudine, quando il rumore raggiunge
un tono minaccioso, qualunque silenzio si trasforma
in una voce lontana
che collega il passato al suo capriccio,
ed è come se la natura stessa non respirasse,
ed attonita la serva umile nel suo rifugio
si sacrificasse per il bene della terra vilipesa.

* Vendaval= tempesta di vento

========================================================================================

HUGO SALAZAR TAMARIZ (1923, GUAYAQUIL)

Siamo un popolo antico
vecchio come il miele
come l’ombra,
come le alte foglie,
tanto incollato all’aspra corteccia che,
da lontano, nessuno ci direbbe esseri umani
bensì topografia.
Cuciti alla terra siamo stati secoli azzurri
ed amari secoli calpestando
la ormai sepolta età della montagna
========================================================================================

JORGE ENRIQUE ADOUM (Ambato, 1926)

Svegli ogni cadavere quando l’orologio lo ordina
il giorno non ti aspetta, c’è un controllore che
cronometra
il millimetro del centesimo che ritarda per te,
bere il caffè che ti rimase da ieri
è diventata un’ abitudine
proibito curvare a sinistra.
========================================================================================

EFRAÍN JARA HIDROVO (Cuenca, 1926)

Il godimento della luce diventa mela
il sonno della terra, erba tremante,
la lentezza dell’aria si fa nuvola,
l’ agilità dell’acqua, pesce o schiuma.
“Sei me e più che me:  in te ritorna
il bosco ad essere pugno di semi;
ritornano le matasse della nuvola,
al sussurrante stupore delle acque”
“libero mare ti desiderai,
ti persi libera spuma
come alla spiaggia la marea
dovevi sorpassarmi,
ma la tua morte cresceva più rapida
del mio amore.

========================================================================================

FERNANDO CAZÓN VERA (quito, 1935)

Finale, finalmente che viene e ci separa.
Cucchiaiata di terra che ci tocca
Polvere che rimane dell’immensa roccia.
Oscurità, ci vediamo faccia a faccia.
E dissero allora:
A volte bisogna cercare un Dio possibile
e non un dio inaudito,
un Dio la cui parola si scriva in minuscolo,
come si scrive padre, cielo, carta, aria,
allegria, un dio che cammini in mezzo a noi,
ci accompagni nel lavoro quotidiano,
e ci legga nell’anima senza nessuna minaccia.

========================================================================================

JULIO PAZOS (Baños, 1944)

Avevo un’ amica, alta come un salice
spargeva uccelli nelle ombre delle locande
ed attraversava di sorrisi i bicchieri
di acquavite.
Non so da quando era ferma nella mia pupilla
o volteggiando come un fantasma
Racconto: un Certo signore cercava di trattenere
gli istanti che il suo orologino della testa
poteva misurare, temeva si cancellassero le orme
che conservavano gli oggetti o che si confondessero
le impronte che gli oggetti lasciavano nelle sue mani
perciò temeva per la collettività.
Aveva osservato che la memoria comune era un miraggio,
tanta era la sua impazienza di conservarla
che si dimenticava di registrare il sole della mattina,
quando se ne rese conto, ci mise tanto impegno
che il sole si agganciò ai suoi occhi.
Questa era la sua vita.
Un giorno si esaurirono gli istanti.
Ma la memoria comune ancora respirava.
========================================================================================

FERNANDO NIETO CADENA (Quito, 1947)

Questa donna,
che cerco, trovo e perdo in ogni momento
cosa mi potrà dire delle offese,
che cosa dell’amore,
cosa dell’addio in tutti i miei insuccessi.
Ostinato con me stesso, vado verso la gente,
leggo, mi indigno davanti al cinismo
dei miei sogni.
Attraverso le strade respirandomi le ferite.
Un’ altra volta solo.
Cerco di trovare una ragione per ritornare
========================================================================================

JAVIER PONCE (Quito, 1948)

Con punto e a capo, scrivo che
devo dispiacermi unicamente che a causa di giorni
trascorsi, gli ultimi senza porzioni di terra
né attenzioni, e di gocciolante pioggia
che non ha smesso di cadere per tutta la settimana,
una vacca di ferro, un’altra che ingrassa
ed un torello sono scivolati nel sanguinatoio
estratti gli occhi e cibo la loro natura
per altri animali e per gli uccelli.
Tutti questi avvenimenti che
spaventano nella loro stessa narrazione
mi tormentano,
complottano i loro caratteri nel mio profondo.

Comentarios»

No comments yet — be the first.

Responder

Introduce tus datos o haz clic en un icono para iniciar sesión:

Logo de WordPress.com

Estás comentando usando tu cuenta de WordPress.com. Cerrar sesión / Cambiar )

Imagen de Twitter

Estás comentando usando tu cuenta de Twitter. Cerrar sesión / Cambiar )

Foto de Facebook

Estás comentando usando tu cuenta de Facebook. Cerrar sesión / Cambiar )

Google+ photo

Estás comentando usando tu cuenta de Google+. Cerrar sesión / Cambiar )

Conectando a %s

A %d blogueros les gusta esto: