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mural de infantes jugando con la vida y la fantasía mayo 27, 2010

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este oficio si me gusta mantatiru tirulan mayo 26, 2010

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EXILIO DEL OFICIO NO ES EXCLUSIÓN DE LOS SIGNADOS NI SIGNADORES. Quiénes son los señalados en el señalador de la historia sin señal y con señalamiento. Yo me señalo, tu me señalas, el me señala, nosotros nos señalamos, vosotros os señalaís, ellos me señalan…
http://www.carmenvasconeswordpress.com

POETAS DESDE 1900 AL 2000 DE ECUADORIncluídos o excluídos en la recopilación de la memoria oficial o no la vida se oficia . Cada cuál que se pregunte cuál es el oficiar esa escritura propia y ajena… (Ese oficio si me gusta mantantiturulan… Entonces que deseaba su señoría… cuando este oficio no me gusta…

rodeando la infancia de una historia que fue un día que es al otro lado otro comienzo que el moviento da giros que sorprende al camino que deja de estar para las huellas mayo 26, 2010

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poetas ecuatorianos al italiano por lisa cocco *david ledesma,,,y más mayo 21, 2010

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-DAVID LEDESMA(1934, Guayaquil)

Profilo contro le fiamme

venne raccontando sulle sue labbra pure
la più innocente delle canzoni.
La sua chioma / era rappresa in duri boccoli
che certo potevano essere il miele del bronzo.
Erano i suoi occhi di un colore assorto
che fluttuava tra il verde ed il marrone.
Venne pieno di luce.
Era la sua anima,
tranquilla come un fiume di versi
E vedendolo così, contro la luce, eretto
tra le alte fiamme confondendosi,
il nero cancerbero* si è steso
per leccare con le tre lingue aspre
la sua figura illuminata.

* Cancerbero: cane mitologico a tre teste, che faceva il guardiano
alla porta dell’ inferno

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EULER GRANDA(1935, Riobamba)

Aprile32:

Comincia il giorno
con una brutta parola tra le pareti.
Fa lo stesso:  aprile o venerdì,
i passi si esauriscono fra le pietre
e fino a troncarsi a terra
matura lo scheletro.
Le porte partoriscono ombre,
visi uguali, denti;
si stanca il calzolaio di battere nella
suola
ma il pane non risponde.
Stese nella strada disoccupate mani
si rinsecchiscono.
Senza che lo ostacoli nessuno
il sole diventa vecchio
anneriscono le viscere, la tosse
la pelle bruciata ed il giorno si confonde
nel tumulto della gente.

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CÉSAR DÁVILA TORRES(1932, Ibarra)

Compito poetico:  duro come la vita il compito poetico, / e la vita disperatamente / inclinata per poter sentire / nella grande anfora vegetativa / una particella di marmo, per lo meno, / cantando solo come se brillasse / e pungendosi nel cielo più oscuro./ Attraversavamo strade strapiene di sale / fino alle gronde, e la barba / ma la poesia
come una ghianda ancora calda, respirava dentro la scatola di un’arpa./ Tuttavia, in certi giorni di miseria, / un arco di violino era capace di ammazzare una capra, / sul bordo stesso di un pianeta o di una torre./ Tutto era crudele, / e la poesia, il dolore più antico, / quello che cercava gli dei nelle pietre./ Altra cosa era / quel terribile sole eccitante / dentro le costole di San Sebastiáno./ Nessuno potrà guardarti come allora / senza ricevere / una frecciata negli occhi./

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CARLOS EDUARDO JARAMILLO(1932, Loja)

Perseo davanti allo specchio:  Perché l’eroe fu dotato dello specchio della verità / non poteva cadere nell’inganno dalla gorgona* / la radiante esplosione della sua chioma folgorante / la galassia dei suoi occhi trasformandosi in stelle / la cangiante eternità del cosmo nei suoi occhi / caricati col potere della pietrificazione e la morte / l’ardente amore alimentato solo per l’istante  del / desidero fino all’eiaculazione e l’ombra./  Ma l’eroe poteva vedere nello specchio la nefanda metafora / i sibilanti serpenti, l’acido fuoco, / il corrosivo amore / e saltare l’apparenza./ (la salva, in realtà, chi che non la conosce?)/ Fu così per una volta./ Stava nell’eccezione , nel caso, l’esempio./ E girò la testa ed il pericolo.  E liberò l’incantesimo./ L’eroe aveva sotto il ginocchio / la bella testa mozzata – negli occhi la solitaria / innocenza dell’ombra cosmica – / e lo specchio vuoto.  Nello specchio il viso trasformato del vincitore, davanti alla sua strana gloria.  Ed il cigolante / suono dell’eternità/

*gorgona: nella mitologia greca, la gorgona, era uno spietato mostro femminile, o una dea protettrice nata da antiche credenze religiose.  Il suo potere era così grande che chiunque cercasse di guardarla rimaneva pietrificato, perciò  la sua immagine veniva posta in ogni luogo,  per propiziarsene la protezione. La gorgona portava una cintura di serpenti intrecciati.

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-VIOLETA LUNA (1943, Guayaquil)

Allegria:  In che posto sei rimasta / in che cassetto scricchiolante dell’infanzia, / sotto a che salice./Dove ti sei persa e a che ora./ Ti ho avuta, / non ti ho avuta, / con chi ti sei intrecciata / e com’ è che vaghi facilmente / e poi non torni più./ Forse ti sei staccata dalla mia mano / sei stata solo un trillo, / un anello d’aria, / un uccello di farina e bolle /./ In che posto sei caduta, / dietro che prigione, / che vento ti ha schiacciato sotto il pomeriggio, / che nuvola ti ha coperto / e in quale passo hai trovato nido./ A volte / presumo che mi chiami da lontano / e mi batte il petto / fino a che saltano rose e libellule, / e le mie braccia stanno solo / aperte e vuote. / Allegria/

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ANA MARIA IZA (1941, Quito)

La tenda della polvere:  il mio occhio / il diritto / il più grande e rotondo, / rimarrai cieco / per volontà della polvere./ per la luce di 500 candele / del faro della mia insonnia / Perché hai pianto terra, / sangue / spine, / chiodi, / fango./ Una nuvola di dolore deve cancellarti / del mondo dei colori / Addio alle statue del fuoco del crepuscolo, / agli sguardi tristi delle bestie / ed ai duri sguardi degli uomini./Alla strada / e alla sua moltitudine di indifferenza./ Addio alle strade, / ai treni, / le barche, / al mare / addio a tutto / ah! / Addio alla bandiera che deve ondeggiare un giorno / e che verrà scortata dall’amore del povero./ il mio occhio / il diritto, / il più grande e rotondo / rimarrai cieco / per volontà della polvere./

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-ANTONIO PRECIADO (1941, Esmeraldas)

Donazione:  Cerco nel fondo di tutti i cadaveri / i loro tesori aperti/ quelli che morirono bambini /mostrano in superficie /le loro recenti stelle sepolte /Ah questa fortuna di talpa che mi diedero!/ Ah la confusa terra che mi chiama!/ Ah i miei occhi svegli che vedono luci / dietro le tenebre più chiuse / Un morto mi diede calce / per scrivere un chiaro verso all’alba!/  Vedete che a nord di me / si solleva un fuoco languido / un bambino appena morto vuole darmi / il suo anemico fiore bianco, ammicca la sua tomba / alla timida luce di quel falò./

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-SIMÓN ZAVALA (1943, Guayaquil)

In bianco e nero:  quando uno lascia l’allegria della scuola / per aprire timido il libro della vita / deve respirare molto profondamente con tutte le memorie / respirare a polmoni aperto con l’anima e / pensare profondamente / perché il futuro è sempre un enigma che / vogliamo vivere con molte illusioni./ il libro della vita aspetta con le sue pagine in bianche / dobbiamo procedere scrivendo e riscrivendo / con le orme delle impronte più profonde / che abbiamo lasciato / nelle sconfitte e nelle vittorie / con l’inventario dei comportamenti che abbiamo alimentato / cercando di inventare il miraggio della felicità / anche se sappiamo cos’è: solo un miraggio / con gli affetti e le ferite / che hanno emozionato il nostro cuore./  E bisogna farlo con la più assoluta / verità / con la più grande sincerità / con la serenità di chi non ha niente da temere / perché il giorno che dovremo chiudere quel / libro / per viaggiare con la speranza di / un altro tempo migliore /ce ne andremo solo con quel poco / che siamo stati./

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-VICENTE ESPINALES (1943, Portoviejo)

Sogno d’ amore:  Che non ho un cuore / per sognare sveglio / Che sono come una pietra / rotolando di fianco / forse voglio essere uccello / sognatore di stelle / Voglio fermarmi. E mi sorprendo.  Avanzo tra baci di uve / Cesta raccolta / Femmina di sogni.  Pesca senza vermi./ Sono la Barca./ Il mare sveglio / latitudine di piaghe / Il fuoco col suo respiro./ Una parola pura in discorso di incantesimo./ Una fucina di sonni / una tela di sospiri./ Sono semplicemente un bacio addormentato./ Svegliami.  Che desidero il tuo corpo/

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-SONIA MANZANO(1947, GUAYAQUIL)

Mammifero nell’acqua:  io ero il mare, galleggiando alla deriva / nell’occhio convulsivo del sordo temporale / stipati ai bordi dell’ inopportuno / andavano gli uccelli / dalle gambe flaccide / Io ero un fiore carnivoro / che inghiottiva frutti / che puzzavano di pesce / nonostante la carnosità che mi copre / sono l’unico osso che ora mi affoga / sono il feto terribilmente vecchio / che muore del suo stesso tabagismo / nelle acque plasmate / dalla sua memoria amniótica / non so a chi offro / questa balena bianca / questo arpionato grido che continua a cancellare con urla / l’afonia bitonale / di questo messaggio / Salata è la saliva che ora inghiotto / in un tentativo verde di germogliare nei tuoi occhi / qui in questo letamaio / le onde depongono le loro parole / Salmastra è la bugia che ora arriva / fino al putrido suicidio dei miei mari / qualcuno abbassa il suo pollice / qualcuno infila il suo tridente / nell’ occhio distaccato del destino/

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-IVÁN OÑATE(1948, Quito)

L’amore:  L’amore, / quel riflesso o, frutto di luce / che pende / dall’albero del tempo. Tenue / Splendore / che ci illumina il Viso / quando allunghiamo le braccia / per raggiungerli, / solo per raggiungerli / e poi/ si spegne./

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-HUMBERTO VINUEZA(1944,guayaquil)

Sconosciuta suona la mia parola nella tua voce./ Tu dai corpo all’idea, / e all’ ombra fuori di lei, / e di lei;  importanza e fine./  Sento lo strepitìo di gambre nell’ ora vespertina / e dico a fior di labbra, è l’ora / in cui si trasformano in ali, i finimenti dei cavalli / La civetta vola dall’albero verso la stella, / e penso, è l’immaginazione che torna / al suo abituale stato d’ animo / Prolunghi la tua presenza nelle mie parole./

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ULISES ESTRELLAS (1944, Quito)

Mi chiamavo Giovanna la bugiarda:  L’altro giorno, / dopo il mio quotidiano esercizio / di trapanare i cieli, / spazzai i suoli / col mio stesso viso, / misi / il piatto in terra / e mangiai; / tirai fuori la brocca dall’ingresso / e bevvi / Come tu volevi / uscii nella piazza grande / con una corda nella gola / ed una candela gialla nella mano / Stella / occhi di tromba / vidi venire / una digura dall’aria, / circondata di grande splendore; / le mie paure di bambina / ed i miei desideri di donna, / volteggiarono / come sangue fresco / in una piaga vecchia./ Aperto il mio essere / dal baule uscirono / racchiusi di  fragranze: / furti, rapimenti / profezie, raggiri / stupori, miracoli / estasi, passioni, / sublimazioni./ Bugiarda./ entrai / nel gioco degli uomini./ nella sottile ignoranza / di transitare senza storia; / nel recalcitrante rito / delle partenze e dei ritorni/

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-SARA VANEGAS (1950, Cuenca)

Nei tuoi occhi: Nei tuoi occhi la mia anima si affaccia da lontano / aldilà dei soli e dei diluvi / si trattiene / nel miele bruciato dei tuoi giorni / come un bacio senza tempo /.

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-TALÍA CEDEÑO  (1950, Portoviejo)

Dietro le campane:  Tende a scricchiolare il corpo e la saliva / percorre il corso del fiume / di fronte o di profilo la stessa storia / fruga nelle sue radici / Che cosa dei tuoi contorni se non i frammenti?/ che cosa della mia età se non la chioma?/ Riflettono sotto il sole silenziose campane / e questo ritmo aperto diventa riverbero/ girerà intorno a te fino al volo naturale / Là vado / raggiungo il fuoco e brucia la fiamma / ascolteremo la melodia delle campane?

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-CATALINA SOJOS(1951, Cuenca)

Cupido:  un bambino / racchiude il mare in una conchiglia / – ondeggiare di rose / formano vetro macinato sotto i miei piedi – / il bambino / avvicina il mio cuore al suo orecchio / sento che ho smarrito le sue frecce / – il destino crepita nella sabbia / il nostro scintillio invecchia la luce – / il bambino / continua a giocare a nascondino / i suoi sandali trascinano la polvere dei sogni./

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-MARITZA CINO(1957, guayaquil)

Mi svegliai con la pelle / tappezzata di parole / aprii la busta che pendeva dalla mia coscia / tremarono i polpastrelli delle mie dita / staccando l’ironia e il foglio./ Angosciata nel mio discorso stretto di abitudine / non diedi nome alla mattina / mi ritirai nell’abbreviazione delle mie spalle e cominciai a leggermi lentamente./

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-JORGE MARTILLO (1957, Guayaquil)

Il poeta dormirebbe il sonno delle ceneri / (assente la nera band di jazz singhiozzerebbe uno spiritual / o fly aas bird to the mountains) / qualche compagno pensando che cadrebbe nella guerriglia / e un altro a come finanziare i miei funerali / a passo lento arriveremmo alla città dipinta di calce / e rinverdita dai prugni/

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-CARMEN VÁSCONES (1958, Samborondón, provincia del Guayas)

Le mie lacrime sono filtri della memoria / magari non finiscano mai / perché fioriscano gli uccelli / perché si posi l’arcobaleno / perché il mare non si estingua / perché le bombe di fuoco / non si attacchino al corpo dei bambini / perché il cielo poggi / perché la selva tocchi il vento / perché tu senta lo sciabordio dell’acqua / nella pelle che copri con la mia / affinché io ti ami diversamente./

2

Suono l’ arpa di David/ perchè l’ amore / continui nudo nel mio corpo / il tramonto è umido / nella nostra pelle / Siamo umani / la cosa più simile / che abbiamo / tu ed io.

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-FERNADO ITURBURO (1959, Guayaquil)

Torna alle braccia il figlio / Registra bilanci la carne / segmento nello spazio che lascia vedere più linee / Olfatto che deduce alimento e pericolo / Uccello consumato da uccello / Frutta consumata da animale selvaggio/ Ospitato / Il monaco vede e descrive il paesaggio splendente / Si compone il ricordo:  cima dell’alba dove sopravvengono i limiti / Ora che non scorre mentre unifica ed interroga / Trilogia inverosimile della stupidità / Il viso inganna quando mostra una strada conclusa./

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MARIO CAMPAÑA )1958, Milagro)

Quaderni di Godric:  So di un tempo in cui la pietà / abbracciava al mondo nelle icone / Più vicina degli uomini che Dio / più vicina della luce che fiorisce sui campi / che della nebbia divoratrice del mondo / allucinate spedizioni oltrepassarono confini / lunghi pellegrinaggi per dimenticare quanto si è perso / Tempo più vasto della tua stessa oscurità:  Ho camminato attraverso tutte le città, / tutti i giorni, nel tenace ritorno / arrivo/  -si realizzeranno le premonizioni – / dopo gli anni / tra dimenticati corridori e dispiaceri/

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FERNANDO BALSECA (1959, Guayaquil)

Ragazza, sola al matinée,: Brenda Rhiana la saggia / quella che non permise che la si toccasse / Fu la domenica al cinema del mistero / le sedie stridono:  erano della chiesa delle spiagge./ Quando ritornò con i capelli dritti, e una paura più grande che se le / avessero messo molti pallini di piombo nella pancia / chiese che le togliesse per favore, lo spavento / però non mi devi toccare / e come potrei non toccarti / Se sei per me come l’acqua che respiro/

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-EDWIN MADRID (1961, Quito)

Siamo disgraziatamente un po’ di ossa messe in una scatola:  Capii la delicatezza di essere un spettro / perché la caduta della mia ombra fu una delizia / Quella notte vagavo / per la vecchia città di Aquiev / dove il più lieve movimento / è un suono esatto / avevo scoperto che per me / il tempo toccò il suo abisso / i Miei morti si alzarono dalla tomba / ed invasero la città / non c’era dubbio era un cadavere in più / che condivideva con loro, ciascuno dei piaceri:  mangiavamo bambini / abbandonati per le strade / sgozzavamo le vecchie grasse / e mentre bevevamo wisky / sorgevano dalle nostre labbra / serpenti impazziti / raccontando storie del passato/

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-MARGARITA LASO (1963, Quito)

Cosa sai tu di trafiggermi, cervo / dove non sei / le mie ossa scricchiolano e grandinano / sono bavaglio / dove non sei / nitrisce un fiume verso le mie cosce / ed è fresca la lattuga / che lo accoglie / non ti ho dimenticato / ma altri occhi sono pantere / nell’acqua / un altro è drago e spada / un’altra è preda della mia caccia / cosa sai cervo inutile / meglio se rimani tra i capi di bestiame/

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-MARCELO BAEZ  (1969,Guayaquil)

Alle parole che escono da me:  Parlare / mi sento parlare / Quello è il mio dono / mi rinchiudo nella prospettiva del mio vissuto / lì dove il colore va sbiadendo fino a /, trasformarsi in un silenzio funesto

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Nessuna prova sulla cecità:  Maledetta sia la bussola che genera incertezza / perché serve solo per inabissarci di più nel vuoto / per accettarci come esseri che non sono / come un niente che reclama il niente / Siamo l’ago che non ama nessun punto /, cardinale / Sono ciò che siamo / appestati dalla nebbia che impedisce di vedere il futuro /

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-XAVIER OQUENDO (Ambato, 1971)

Angolo tredici:  Mia madre / sembra una quaglia che si è scompaginata / nell’inverno delle sue piume./ Lei ha un dolore tra lo stomaco e l’amore./ Non aveva mai saputo che lo stomaco / potesse avere serie connessioni con l’amore / María teresa è un’accumulazione della pazienza.  Mia madre riconosce gli iris / che non ebbi mai negli occhi.  Mia madre / sipario e ferro, / occultando il mio crepuscolo e donandomi più sole / di quanto già mi avesse dato/ per la congiunzione dei pianeti./ Mia madre e il suo dolore / ed i suoi capelli di quaderno di piuma / (descrizione appositamente accelerata).

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-ALEIDA QUEVEDO (1973,Quito)

Un tempo di amore ed un tempo di guerra:  gli uomini aprono lo spirito / al fuoco da dove sorgono / i nostri doni / i gesti pendono dal pianeta / e dalle porte / che ci conducono / per le variazioni del tempo/

2

Canto animale:  ubbidisco alla chiamata / delle ceneri della donna / sepolta sull’orlo del cielo / sono i resti di Alejandra Pizarnik / che riposa nel mio territorio / Scalzi i suoi piedi ed i miei / sentono il legno / le schegge dei cuori / ed il lavoro delle formiche / bocca prona/ stringendo i seni / contro l’erba e le foglie / respiriamo i fusti / i brevi incontri con l’amore / 1972 io nascevo / Il territorio era definito / te ne andavi con i profughi del mondo / con quegli uccelli che scelsero / stelle sconosciute / in questo spazio / riconosco il tuo ultimo giorno / che è sempre il mio./

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JUAN MORENO (1962, Cuenca)

Navigo lo stretto bordo della tua anima / Di onde che brillano contro la mia pelle bruciata dalla fortuna / la pietra si fece fuoco / il fuoco si fece dio / Respirerò meglio nel fondo marino / Con te nascosta nel limite della sabbia / Il mare sarà meridionale / quasi tutto è un di più/

2

Questo è quanto guadagnato dal tempo:  Che ci raffredda dentro / Quando il sudore si spoglia davanti alla pioggia / E solo tu rimani nei miei occhi benedetti dalla casualità/

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ROCÍO BURGOS (L963, Guayaquil)

Oggi conobbi la vita / in un eroe di calce che agonizzava / dove un fucile trapanava alberi / dove lettere odiavano le parole / Camminai furtiva nei deliri / dove manti di tenerezza castrano / dove il vento ammuffiva le pene / dove asfissiavano boccioli di speranze / Con le mie chimere coltivai un orto / con le mie mani scolpii la tua cera / mi ubriacai con la pelle del domani / e conobbi la luce / ormai non c’ eri./

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-ILEANA ESPINEL (1933, Guayaquil)

Immagine dell’amore:  Potrebbe rinascere dalle ceneri, / vivo fuoco di sete sparsa.,/ potrebbe consumarsi nell’avanzo / di tutta l’ evidenza che perisce./ Potrebbe essere il totem che sottomette / all’esilio il sangue negato./ Potrebbe essere la luce, ma è solamente / il tronco che galleggia nel naufragio./

2

Ti voglio:  Ti voglio perché hai tutto quello che non ho:  un vago sorriso che nasce
nella tua fronte / come la rugiada lieve, / l’atteggiamento debole, languido come il mio tedio, / il cuore vestito, sommerso il sangue / e l’anima verde./ Una vita per vivere, un’altra per ridere / ed un’altra per morire, / il metodo e l’ordine / rimando col deserto delle tue ragioni, / l’allegria nel canto, / il russare nella notte / ed il resto di giorno/Io che rido di angoscia e di piacere singhiozzo, / che conosco l’estranea pienezza delle ore, / che muoio ad ogni istante e / senza morire, elevo / il mio sangue allucinato allo zenit del desiderio, / che poetizzo/senza vedere la mia corona di ossa – / con un mare nella rotta ed un pugnale nelle ali, / ti voglio, perché ho tutto quello che non hai./

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-PIEDAD ROMO-LEROUX(1934, Guayaquil)

Della vanità:  Nell’ insensato affanno l’uomo superbo, / affezionato al suo sincero narcisismo, / si avvolge di ostentato protagonismo / dimenticando che qui, tutto è vano./
/ Vuole raggiungere il cielo con la mano, / nello smisurato attaccamento di sé stesso /
L’ egoista sconfina nel cinismo, / pretendendo di essere Dio, oramai non più essere umano./ Con superbia tanto precisa, / si trasforma in fatuo ed indeciso / / con arie
da snob e presuntuoso.// Vanitoso che tende a disturbare, / pedante con chi si deve punire /con la conferma dell’ oblìo.
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-GONZALO ESPINEL(1937, Guayaquil)

Stato di amore:  arriva l’amore come che arriva gennaio./ Scorre la finestra con l’aurora / e sul lino della messe d’ oro / una pagnotta di pane come stella./ Mette negli occhi un fugace veliero / che rapido parte dove l’alba dimora / e mentre tutta la stagione decora / un gelsomino si dilata nel sentiero./Cammina nell’anima coi piedi dell’acqua / ed in ogni mare la sua sorgente prosciuga / con la certezza di agitare il suo respiro.// E per il suo affanno di integrare la vita, / vi lascia la lampada accesa / benché solamente ci vestisse il vento./

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-RODRIGO PESANTEZ (1937, Azoguez)

Semina cieca:  Sono qui come una semina cieca / ripiegando la pace verso l’ombra./  Mi spaventa il giorno, il suo colore mi brucia, / il fuoco ovattato dei sogni./ Che cosa fare a volte quando il tempo duole / si frantuma il sangue e piange un bambino / inginocchiato in tutte le parole?/ Forse sarebbe meglio non comprenderci, ignorare i pranzi / ed i baci /e passare come le mani passano / solamente / salutandosi/

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-IGNACIO CARVALLO(1937, Guayaquil)

Rivelazione:  Perché le mie dita strappano il mistero della selva / l’ombra equatoriale si chiude su me./  Volteggiano i miei pugni verso l’enigma della notte / e rompono la sua maschera a colpi e fiamme / le mie palpebre scricchiolano con la forza che infonde lo stupore / e cado sommerso in un penetrante amore / di cieco disorientato da una notte che grida e percuote / con voci di stregoni millenari / con grida di vergini d’ acqua / perseguitate da mostri somiglianti all’ uomo / sferzate da liane velenose / come agili serpenti/

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POETI DEGLI ANNI 30:  I

I DECAPITATI E L’AVANGUARDIA

Una poesia nostalgica amara, della quale, i poeti furono ribattezzati come la generazione dei decapitati, poiché tre di essi si suicidarono: Arturo Borja, Ernesto Noboa,     Medardo A. Silva, e Humberto Fierro.
Possiamo notare un tagliente rifiuto all’imposizione dei valori, li ripropongono, ma al tempo stesso sono avviliti dal fatto di non trovare nuovi sbocchi. Sono segnati e influenzati da Charles Baudelaire, Rimbaud, Artaud, ed altri

Vediamo una dimostrazione poetica di questo gruppo:

ERNESTO NOBOA Y CAAMAÑO:

A cosa vale un’ansia intensa di fede ed amore, essere sincero e forte, se la vita è solamente una furtiva lacrima nelle pupille della morte

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HUMBERTO FIERRO:

Non deve essere mai amore quello che troviamo
Dopo la vita risolviamo
A furia di ricercare
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MEDARDO ÁNGEL SILVA:

Oh vita inutile, vita triste
che non sappiamo come impegnare.
Ci stanca tutto ciò che esiste
di conosciuto e di volgare

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ARTURO BORJA:

Perché ho, Signore, questa pena
pur essendo così giovane ?
Realizzai già quello che la tua legge
ordina
Perfino quello che non ho, lo devolvo.
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J. Carrera  Andrade, Alfredo Gangotena e Hugo Mayo, rivoluzionarono con le loro espressioni, scoperte e ricerche.

JORGE CARRERA ANDRADE:

“Lumaca:
piccolo nastro metrico
con cosa misura il campo Dio”

“Fecondo corpo:
Dio, animale dorato,
felino di seta e sonno,
pianta ed astro.

Fonte incantata
Nel deserto.
Sabbia sono: la tua immagine
da ogni poro bevo.

Onda rotonda e liscia.
Nella tua prigione di tuberose
divorano le formiche
la mia pelle di naufrago

Donna:  antologia
Di frutti e di nidi
Letta e riletta
Con i miei cinque sensi

Nuca:
Nascondiglio nel bosco
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GONZALO ESCUDERO

Tu mi hai dato le braccia dell’albero
affinché mi feriscano gli strali degli uccelli”
“nacqui galeotto per la mia tempesta nel mio oceano.
Senza altri remi che le tue braccia
E più catene che il tuo ricordo
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ALFREDO GANGOTENA:

L’ immagine dello Spirito Santo si infiamma dietro le vetrate
Il verde grido del rospo si scioglie nella mia anima
L’ alfabeto del bosco mi restituisce le parole sonore già pronunciate
Il caldo iris di seta si nutre con il sangue della mia passione
L’ uragano di tutte le lacrime potrebbe abbattersi nella mia desolazione

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POETI DEGLI ANNI 50

Dopo il profondo segno in cui nella poesia rieccheggia la lirica, nascono i poeti di questa decade, i più significativi sono:  César Dávila, Jorge Enrique Adoum, Efraín Jara Hidrovo, Fernando Cazón, che intraprendono nuove strade, si staccano dalle influenze, trovano la propria voce, si consacrano ad altri spazi, rovesciano le abitudini, denunciano gli orrori del potere, soprattutto Dávila.:

CÉSAR DÁVILA (Cuenca, 1918-1967)

Che animale è quello, con occhi di donna,
che guarda i ghiacciai come una stanza di specchi
o una pietra di piacere”

“Sono stato minatore, per due anni e otto mesi.
Niente da mangiare. Niente da amare. Mai vita.
La bocca della miniera era il mio cielo e la mia tomba.
Io, volevo l’oro solo per le feste del mio imperatore,
Ho sofferto con la sua luce
Per l’avidità e la crudeltà di altri.”
“Ora so che hanno dato questa anima in mezzo a una battaglia
abbacinato dai fiammiferi nemici,
guardai il cadavere di mia madre sotto il cigno che l’amava.

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FRANCISCO TOBAR GARCÍA (1928, Guayaquil)

L’orgoglio, è il cammino delle rovine?
ah! le voci genuine cantano a tu per tu,
rieccheggiano di pace ed eternità
mai concordi.
Mi accusi di qualcosa di assurdo,
di non pensare al domani,
di non alzare i muri della mia prigione,
che chiameresti con entusiasmo altezzoso “casa”,
non voglio essere fondamento, io sono il vendabal*,
e mai le ore morte, o il mazzo di carte
in tale inquietudine, quando il rumore raggiunge
un tono minaccioso, qualunque silenzio si trasforma
in una voce lontana
che collega il passato al suo capriccio,
ed è come se la natura stessa non respirasse,
ed attonita la serva umile nel suo rifugio
si sacrificasse per il bene della terra vilipesa.

* Vendaval= tempesta di vento

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HUGO SALAZAR TAMARIZ (1923, GUAYAQUIL)

Siamo un popolo antico
vecchio come il miele
come l’ombra,
come le alte foglie,
tanto incollato all’aspra corteccia che,
da lontano, nessuno ci direbbe esseri umani
bensì topografia.
Cuciti alla terra siamo stati secoli azzurri
ed amari secoli calpestando
la ormai sepolta età della montagna
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JORGE ENRIQUE ADOUM (Ambato, 1926)

Svegli ogni cadavere quando l’orologio lo ordina
il giorno non ti aspetta, c’è un controllore che
cronometra
il millimetro del centesimo che ritarda per te,
bere il caffè che ti rimase da ieri
è diventata un’ abitudine
proibito curvare a sinistra.
========================================================================================

EFRAÍN JARA HIDROVO (Cuenca, 1926)

Il godimento della luce diventa mela
il sonno della terra, erba tremante,
la lentezza dell’aria si fa nuvola,
l’ agilità dell’acqua, pesce o schiuma.
“Sei me e più che me:  in te ritorna
il bosco ad essere pugno di semi;
ritornano le matasse della nuvola,
al sussurrante stupore delle acque”
“libero mare ti desiderai,
ti persi libera spuma
come alla spiaggia la marea
dovevi sorpassarmi,
ma la tua morte cresceva più rapida
del mio amore.

========================================================================================

FERNANDO CAZÓN VERA (quito, 1935)

Finale, finalmente che viene e ci separa.
Cucchiaiata di terra che ci tocca
Polvere che rimane dell’immensa roccia.
Oscurità, ci vediamo faccia a faccia.
E dissero allora:
A volte bisogna cercare un Dio possibile
e non un dio inaudito,
un Dio la cui parola si scriva in minuscolo,
come si scrive padre, cielo, carta, aria,
allegria, un dio che cammini in mezzo a noi,
ci accompagni nel lavoro quotidiano,
e ci legga nell’anima senza nessuna minaccia.

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JULIO PAZOS (Baños, 1944)

Avevo un’ amica, alta come un salice
spargeva uccelli nelle ombre delle locande
ed attraversava di sorrisi i bicchieri
di acquavite.
Non so da quando era ferma nella mia pupilla
o volteggiando come un fantasma
Racconto: un Certo signore cercava di trattenere
gli istanti che il suo orologino della testa
poteva misurare, temeva si cancellassero le orme
che conservavano gli oggetti o che si confondessero
le impronte che gli oggetti lasciavano nelle sue mani
perciò temeva per la collettività.
Aveva osservato che la memoria comune era un miraggio,
tanta era la sua impazienza di conservarla
che si dimenticava di registrare il sole della mattina,
quando se ne rese conto, ci mise tanto impegno
che il sole si agganciò ai suoi occhi.
Questa era la sua vita.
Un giorno si esaurirono gli istanti.
Ma la memoria comune ancora respirava.
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FERNANDO NIETO CADENA (Quito, 1947)

Questa donna,
che cerco, trovo e perdo in ogni momento
cosa mi potrà dire delle offese,
che cosa dell’amore,
cosa dell’addio in tutti i miei insuccessi.
Ostinato con me stesso, vado verso la gente,
leggo, mi indigno davanti al cinismo
dei miei sogni.
Attraverso le strade respirandomi le ferite.
Un’ altra volta solo.
Cerco di trovare una ragione per ritornare
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JAVIER PONCE (Quito, 1948)

Con punto e a capo, scrivo che
devo dispiacermi unicamente che a causa di giorni
trascorsi, gli ultimi senza porzioni di terra
né attenzioni, e di gocciolante pioggia
che non ha smesso di cadere per tutta la settimana,
una vacca di ferro, un’altra che ingrassa
ed un torello sono scivolati nel sanguinatoio
estratti gli occhi e cibo la loro natura
per altri animali e per gli uccelli.
Tutti questi avvenimenti che
spaventano nella loro stessa narrazione
mi tormentano,
complottano i loro caratteri nel mio profondo.

LEONCIO BUENO, MANUEL SCORZA, Y GENARO LEDESMA IZQUIETA ESCRITOR DE PERÚ,AL PIE DEL ESTANDARTE DE TU SOMBRA-HE DE EXTRAERTE LA AUSENCIA, DE GENARO LEDESMA mayo 19, 2010

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GENARO LEDESMA IZQUIETA

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== Biografía ==
Estudió primaria y secundaria en el colegio nacional José Gálvez, de su tierra natal, luego cursa la especialidad de Educación y Derecho en la Universidad Nacional de Trujillo, en esta época funda el Centro Federado de Periodistas de Trujillo. Graduado de bachiller en educación, se traslada a trabajar a Cerro de Pasco y es ahí, contemplando de cerca la pobreza de los mineros, que inicia su intensa vida política que lo lleva a conocer la prisión y el destierro. En 1978 estando en el destierro es elegido miembro de la Asamblea Constituyente al igual que en 1962 en que hallándose preso en el Sepa es elegido Diputado. En 1980 es candidato a la presidencia de la República por el FOCEP llevando a su plancha como primer vicepresidente al laureado novelista Manuel Scorza.

Ledesma Izquieta ha sido presidente de la Federación de Trujillo (1953-1955), fundador del FOCEP (Frente obrero, campesino estudiantil popular) en 1962, Alcalde de Cerro de Pasco (1962), Diputado (1963-1968), Representante a la Asamblea Constituyente (1979), Senador por Izquierda Unida (1980-1985 y 1985-1990).

=== Obras Literarias ===

Ledesma Izquieta es también un singular poeta y escritor, entre sus obras destacan: El rostro de la tierra en el espejo, Complot, La culebra y otros cuentos, Cuentos de carne y hueso, He de extraerte la ausencia, Las pulgas del juicio final, Los dos mil años de viaje del Señor de Sipán, El cajamarquino feo y la preciosa cuzqueña, La conquista del Ibero-Suyo, entre otras, recientemente publicó sus obras maestras que han causado gran aceptación y revuelo nacional e internacional: “El parto de Gloriabamba”, Padre Nuestro que estás en la CGTP y “Almita de César Vallejo,¡Ayúdame!”.

obra y fecha de publicación

  • El rostro de la tierra en el espejo (1958) (Poemas Juveniles)
  • Complot (1965)
  • La culebra y otros cuentos (1972)
  • Cuentos de carne y hueso (1982)
  • Versos peruanos para Corea (1993)
  • La conquista del Ibero-suyo (1994)
  • He de extraerte la ausencia (1996) (poemas)
  • Las pulgas del juicio final. (Centromín, Lima. 1997).
  • El cajamarquino feo y la preciosa cusqueña (1998) (Cuentos)
  • Padre nuestro que estás en la CGTP (1999) (Poemas)
  • Dos mil años de viaje del Señor de Sipán (2000) (Novela)
  • Almita de César Vallejo, ayúdame (2004) (Novela)
  • El parto de Gloriabamba (2004) (Novela)
  • Dialéctica de los zorzales (2006) (Poesía)

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AL PIE DEL ESTANDARTE DE TU SOMBRA
(HE DE EXTRAERTE LA AUSENCIA DE GENARO LEDESMA)

Hombre cabal del tiempo del verbo. La vida no la evades. La libertad se configuró en el embrión que te trajo, te llevó, te formó. Tu palabra no tiene precio, no tiene coima, no tiene silencio. Toqué tu nacimiento al conocerte. El alba de tu pensamiento se impregnó como llanto de recién nacido probando sus primeras resistencias en un mundo desconocido.

Y de tu ser qué puedo mencionar, quizás, que son todas las razas que no se deja(n) doblegar, ni siquiera por el sueño cuando desaparece ante nuestros propios ojos.

Estar en tu poesía, es encontrarse con la realidad humana, es escarbar en las tumbas y darle nombre a lo que no tiene. Es estar en tus palabras, es sollozar junto con los muertos que están a lado de sus cuerpos desperdigados en una historia sin sentido. Porque cuando el sufrimiento es impuesto, es guerra al alumbramiento, es masacre a lo hermoso. Es soledad sobre soledad.

Es total servidumbre y canallada.

Genaro peta, narrador, contestatario, -amigo leal- azadón de la justa medida, candor del amor, luz de la oscuridad, hermosa alma irreverente, plenitud de la verdad adviniente.
No calla nunca la memoria de la vida y su aventura. Su tregua es el lugar de la dicha gozando un testimonio: “la dulce imagen que estampa/ su rostro mágico en el mío/”

No hay mejor relato o peor, -hay vivencias- a contarse, a sentirlas, a repetirlas hasta el agotamiento. ¿Quién puede decirle a un niño que calle lo que ha contado y contado? El que lo manda a cerrar la boca ya es un cobarde o un delator y traidor de su propio paraíso. Cada quién trae consigo un inicio, un edén humano que empieza donde el otro designa cómo comenzó todo.

“Cuando nos sentamos sobre un banco de luceros/ y le dimos formas al primer encuentro…”.

Se inicia la curiosidad, el desconocimiento de Dios. El amor parece un árbol frondoso esperando abrazarse con las sombras de los enamorados que se prometen hasta la eternidad no olvidarse, no extinguirse, no ser nada. No ser el cadáver de la tierra.

Aquí no cabe la muerte, resulta tan distante, imposible, tan sin espacio en la unión casi perfecta de un tú y un yo. Solo el sentimiento tiene su peso, su forma, su símbolo.

“Quedaba encargado el corazón/ de ser apóstol de la perpetuación”.

Aquí esta toda una promesa consagrada, amasada con vientos, marchas, embelesos, jardines, con un camino libre hacia una tierra prometida, rescatada, reconquistada, retomada.

El único credo posible será el de la “religión del amor/ amor tu religión es sabia;/ se funda en la proyección/ de puntos sucesivos en el espacio”.

¿Y qué se funda en esa procesión y peregrinaje?

La vivencia radicada en los deseos que no se desgastan, los que dejan una huella sin definición lógica, la que nos humana. Que nos ata con el eslabón filial del tiempo, la que nos tornea con un día exacto para arribar y partir.

“Yo nací un 19 de septiembre de 1934…/rematándolo todo…/ con septiembre fecundos/ Pero también desaprensivo,/ jugamos a los reproches; en septiembre falleció…/ Intemporalmente y por siempre/ hay, pues, con septiembre, un ajuste de cuentas”/

Rotar sobre los pasos con la brújula puesta en el mapa donde se planta el horizonte, donde “se sustenta en planos inmortales”, donde “el amor es la fuerza que pone pilares de alborada”.

¿Y qué es hablar de lo amado? ¿Acaso afirmar una victoria sin víctimas, sin mutilados, sin desaparecidos, sin ataques sorpresivos?

Es darle a aquel el homenaje y reconocimiento de lo significante para el universo de mi mundo en la realidad inevitable donde se hace el día a día. Y entrar en ese dédalo de rincones, recovecos, patios, parques, jardines, calles, habitaciones. En esos lugares comunes y privilegiados se da la conversión, lo mutable, lo vulnerable…

“Pero es ella quien empieza/ a escapárseme de los sentidos/
La única que tenía existencia propia,/ hasta para contagiar el grito a los indiferentes”.

Arriba el hombre al pentagrama de su presente. La garúa puntual de los recuerdos despelleja la silueta noctámbula que madruga en la nostalgia de “un puntualísimo soñante” que deja oír su voz en el recinto de “la ilusión perfecta”.

“Soy yo el punto final ya declarado/ de una rosa de ilusiones que se llama vida”.

Aspira encontrarse con la amada que nunca salió de su mirada, más partió. Pareciera que ese es el oficio que nadie puede reemplazar. Tarea individual esa de desprenderse
¿de la vida o de la muerte?

El poeta clama:

“Volvemos a reunirnos, oh amada, /solo de un modo pluscuamperfecto/ es decir,/ al pie de los árboles del sueño/ y sobre las yerbas de la ilusión perfecta…/ el sueño es un parque inexistente, pero a él acudimos…/”

“ Divina ventura…/ tu belleza juvenil perennizada en mis genomas…/”

Más las intransigencias de la vida agolpan, agotan. Pueden acabar con el deseo que bascula entre en la impronta lo pronto, lo puntual y lo impuntual.

“Que nadie es eterno a pesar de su belleza.”

Genaro quiere que la yerba le cante en su punto final, fundirse y perdurar con ella.

“Lo lejano lo subyuga” porque está “más cerca que nunca” .

Nunca ha estado solo, nada de la amada se perdió, se difuminó con la sombra y la vida. Se persiguió y siguió la ausencia hasta que ella “ha venido a verme”.

“Se despeina disciplinadamente,/ tira sus ropas al fuego y queda solo en pensamiento puro…/
No he podido verle el rostro/ ni siquiera el de mi propia vida/”

Cual principiantes indefensas y absolutas juguetean las ausencias con sus dominios. La melancolía inesperada danza dentro del ánfora que surge como vientecillo añorado y temido.

“La luna llena…/ es aquella dama/ que danza conforme a los enigmas del mundo que/ no/ vemos”.

carmen váscones
21/272003
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fue amigo Genaro Ledesma de manuel scorza y es luchador a amigo también de Leoncio bueno
manuel scorza

http://www.google.com/search?source=ig&rlz=1G1TSLA_ESEC469&q=genaro+ledesma&oq=genaro+ledes&gs_l=igoogle.1.0.0j0i30l5j0i5i30l2j0i8i30j0i10i30.5286427.5288861.0.5296801.12.12.0.0.0.0.233.1250.7j2j3.12.0…0.0…1ac.1.12.igoogle.x_k0udykqwU#gs_rn=19&gs_ri=psy-ab&pq=genaro%20ledesma&cp=13&gs_id=y&xhr=t&q=manuel+scorza&es_nrs=true&pf=p&rlz=1G1TSLA_ESEC469&sclient=psy-ab&oq=manuel+scorza&gs_l=&pbx=1&bav=on.2,or.r_qf.&bvm=bv.48705608,d.dmg&fp=37c548cbce8f8a2e&biw=1366&bih=594

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Genaro Ledesma


http://www.google.com/search?source=ig&rlz=1G1TSLA_ESEC469&q=genaro+ledesma&oq=genaro+ledes&gs_l=igoogle.1.0.0j0i30l5j0i5i30l2j0i8i30j0i10i30.5286427.5288861.0.5296801.12.12.0.0.0.0.233.1250.7j2j3.12.0…0.0…1ac.1.12.igoogle.x_k0udykqwU

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Leoncio bueno

http://www.google.com/search?source=ig&rlz=1G1TSLA_ESEC469&q=leoncio+bueno&oq=&gs_l=

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miércoles 15 de julio de 2009

GENARO POLITICO Y POETA

GENARO POLITICO Y POETA
Por: Raúl Gálvez CuéllarEl presente Artículo incluye extractos de otro Artículo del mismo autor: “Genaro Ledesma Izquieta en la Literatura Peruana”, publicado en octubre del 2004 en USA.
________________Genaro Ledesma nace en Cajamarca a los 400 años del Inca Garcilaso, descendiente de Garcilaso de la Vega, Jorge Manrique y el Marqués de Santillana de un lado, y del otro de la más pura realeza incaica. Esta mezcla de sangres ancestrales con la cruda realidad peruana forjaron al Genaro político y poeta.Jurista y pedagogo, novelista, cuentista y ensayista, Ledesma recibe desde su infancia una carga de ordenamiento generada por Gobiernos títeres que lo llevan a una postura combativa con su verbo y conducta social en un afán de reordenar su mundo circundante, configurándose una ecuación entre el hombre y su obra, porque Genaro no es el señorito que escribe desde el extranjero en lujosos escritorios y que cómodamente lanza millonarias ediciones donde reina la imaginación, sino que por el contrario es el militante que bajo el lema “todo con las masas, nada sin ellas”, marcha por las calles de Lima con los sectores populares que protestan contra toda clase de abusos. Su naturaleza rebelde lo muestra como un escritor comprometido y como el último paladín de la sana política peruana. No olvidemos que en dos oportunidades fue elegido Congresista con el voto de los campesinos, mineros y obreros, precisamente cuando se encontraba en prisión y luego en el destierro de Paris.En un coup d’oeil a su obra literaria, aparece en primer plano una poesía mayor impregnada de realismo social, es decir poesía de acero, de balas y de muertes: yo poseo muertes en cantidades / muertes a granel si se quiere (1), escribe el poeta acostumbrado a las emboscadas y asesinatos del oficialismo:

Suena un balazo,
vuelan los cristales
de la majestad del sindicato,
se desploma el Secretario General (2)

Y es que ha sido testigo de numerosos crímenes contra dirigentes obreros, mineros y campesinos, como el de ese otro Secretario General, esta vez de la Federación de Trabajadores Mineros y Metalúrgicos del Perú, quien a sus 45 años fuera asesinado por el comando paramilitar con cinco balazos (tres a la cabeza y dos al corazón):

Cinco balazos en la noche,
te han matado, Saúl.
… ¡El pueblo te ha salvado! (3)

Nuestro poeta por una exigencia de complementación vital, transgrede las leyes naturales y no acepta la muerte de los mártires: multiplica y devuelve las balas en versos que perforan el alma de los sicarios: los que están muertos son los homicidas (4). Podríamos decir que esta respuesta orgánica es un acto reflejo de su sensibilidad conmocionada, y que para sobrevivir se ve obligado a crear un mundo ficticio para sacudirse de tanta bestialidad, o como dijera Crusafont Pairó al tratar sobre cosas del espíritu, para liberarse de las cadenas insufribles de nuestra animalidad (5). Ledesma, a quien no le es dado escapar de su destino, convoca bajo tierra a una Asamblea Extraordinaria donde pasan a la Orden del Día los eternos reclamos de los mineros, y se produce el milagro cuando la tierra tiembla de alegría, pues al más puro estilo vallejiano todos los pueblos del mundo se sientan a la mesa a disfrutar los panes crocantes que salen de los hornos:

Os equivocáis autores materiales
e intelectuales del comando genocida.
¡El Secretario General de los mineros vive!
dirige con mil voces de un subsuelo en llamas
la justa reinvindicación de los mineros:
convertir los fríos socavones
en hornos del pan cosmopolita
para que coman juntos
todos los pueblos del planeta (6)


Para Genaro ningún líder muere, como tampoco los ocho periodistas en Uchuraccay, de quienes en un discurso irrevocable y victorioso, dice que lee todos los días sus crónicas, pues allá en el cielo, en rotativos de cristal y tinta de oro, cierran con luceros las primeras planas del valor, y escriben y publican en las páginas del viento, porque ha nacido en vuestros párpados –que los golpes apagaron-, el periódico láser de la inmortalidad (7).Pienso que en los temas líricos brilla más la finísima elaboración poética de Ledesma Izquieta, a quien sólo es posible comparar con Carlos Oquendo de Amat, poeta del altiplano que perennizara Cinco Metros de Poemas allá por el 1927; y es que Genaro es el esteta que edifica una poesía que partiendo de la realidad se eleva a lo sublime, gracias a una perfecta articulación gráfica en la que cualquier lector, sea o no poeta, tiene que estremecerse ante la belleza de su escritura.

Tu sombra amada es la que produce frutas
e invita a que vengan a cenar
los pajarillos de todas las añoranzas.
No dejarán de filtrarse por allí
nuestras infancias de caritas sucias
pero húmedas en aguaceros de alegría (8)

Aquí vemos que no obstante el carácter surrealista de la estrofa, su fácil entendimiento se debe a la destreza poética, ya que sin rebuscadas figuras literarias y con asombrosa naturalidad logra un poema audiovisual y conversable, no importa si el motivo es tan serio como la muerte de la persona a quien más ama: y así el aedo, lejos de maldecir su destino ante lo irreparable, convalida su amor gratificante exaltando a la naturaleza y reviviendo de golpe en un presente simultáneo la visión de ser niños que corretean bajo la lluvia.

En el proceso creativo de los grandes escritores se descubre correcciones y/o cambios principalmente en los contextos de poesía. Sabemos que Stéphane Mallarmé fue un incorregible corrector de sus versos, y para no irnos tan lejos, Chocano y Vallejo tuvieron sus temporadas en las que se comportaron como auténticos bibliófogos que buscaban sus primeros versos para quemarlos. Este cambio escritural que responde a periodos etarios, fue también el experimento de Darío, aunque éste sólo quiso pasar de lo difícil a lo simple. Veamos cómo un poema de Genaro presenta variaciones sin menoscabo de sus líneas maestras de fondo y ritmo:

En 1988:
Soy el que levanta la
insignia de tu sombra
(fragmento)Una brisa con marcas de distancia a porfía,
de esas que corretean,
ensimismadas, por las pampas del destino,
me sopla al cuello y advierte
que tú estás allí
En 2002:
Al pie del estandarte de tu sombra
(fragmento)Una brisa con costuras de rosas y perigeos,
de esas que corretean,
alegres por la elevada pampa
toma mi cuello y me advierte
que tú estás allí, terrenal y auroral
En 2006:
Al pie del estandarte de tu nombre
-Para Nelly, la adorada eterna-
(fragmento)Soy una brisa con costuras de rosa y perigeos,
de esas que corretean alegres
por elevada pampa, coge mi cuello
y me advierte que tú estás allí
terrenal, auroral y etérea a la vez.
No es cierto, reconsidero,
que te hayas ausentado por los poros de la antara
para siempre.
Sopla y resopla en mi sangre una
ágil esperanza.
Es a ella a la que alcanzo
las saudades que procreo (9)
No es cierto, reconsidero,
que te hayas ausentado expatriando átomos.
Sopla y resopla la esperanza venida de tus pómulos
y es así como te alcanzo las saudades que procreo. (10)
No es cierto, creo, que te hayas ausentado
expatriado átomos y genomas.
Sopla y resopla la esperanza de besar tus pómulos,
y es así como te alcanzan las saudades que procreo. (11)
En este fragmento de dos estrofas escogidas al azar, notamos que se ha modificado desde el título del poema hasta su arquitectura, sin que ello signifique cambio sustantivo porque la pericia verbal mantiene la estilística en el soliloquio. El escritor transforma todos sus versos y aún reconsidera la estructura estrófica: suprime, sustituye y añade en busca de mayor precisión. Por ejemplo en las versiones posteriores al 2002, suma a las brisas el adjetivo alegres, lo que nos lleva a pensar que las heridas del bardo han ido cicatrizando, y que su ejercicio ha ingresado a una estación de serena madurez, ganando en poder de síntesis. Otro ejemplo es el quinto verso con sus agregados:

1998:
que tú estás allí
2002:
Que tú estás allí, terrenal y auroral
2006:
Terrenal, auroral y etérea a la vez

Al ver estas divisiones y por un fenómeno nemotécnico recuerdo que años atrás en un Congreso Internacional de Poetas sustenté una ponencia con diversas traducciones del “L’albatros”, y fue curioso, por decir lo menos, cómo diferían las traducciones en cuanto al significante, mas no –claro está- en cuanto al significado. Pero es mi intención subrayar que al observar una estrofa traducida al Español por varios poetas, se notaba abismales diferencias en las cadenas lingüísticas, al extremo de no hallarse no sólo ningún verso igual, sino ni una palabra repetida en tales traducciones, a pesar de tratarse de una sola estrofa descifrada al mismo idioma. La poesía de Ledesma entonces, focalizada en el poema “Al pie del estandarte de tu nombre”, si bien acusa alteraciones en su grafía, conserva en sus criterios comparativos, intacto su mensaje conceptual, el intimismo del autor y su expectativa fónica. Y siendo esto así, ya tenemos en el canto lírico siempre una construcción directa, suelta, coloquial y de peculiar estilo. Antes de pasar al siguiente párrafo quiero darme el gusto de escribir que mi hermano del alma Genaro Ledesma Izquieta se ha convertido en “El Mallarmé Peruano”.

Ahora bien, por haber traído a colación al albatros de Charles Baudelaire, debo decir que cada vez que hago reminiscencia de este hermosísimo poema, pienso en los maltratos que recibe Genaro, ya que los contados reconocimientos que le han sido otorgados no están a la altura de sus méritos. El hecho de tener en nuestra historia a un excepcional vate como César Vallejo, no quiere decir que en este fabuloso país de los incas deba relegarse a otro poeta de su talla, como lo es sin duda Genaro Ledesma, quien como en ejecución del dicterio del Inca Garcilaso: Perú, madrastra de tus hijos y madre de los ajenos, inexplicablemente todavía habita como un tesoro escondido. Podría ser que el político, léase luchador social, haya primado en su imagen pública desplazando a un segundo orden su riquísima obra literaria, lo cual de ninguna manera desmerece su valor, sino que contrario sensu agrega quilates a su creativa, y este último juicio ya entra en el terreno del crítico que con meridiana imparcialidad inevitablemente se deslumbra ante la exquisitez de su poesía.

Sintetizando podemos decir que el estilo de Ledesma representa el equilibrio entre César Vallejo y Carlos Oquendo de Amat: que su temática de patriotismo y de adhesión al obrero es homogénea a la de ese otro gigante de la lírica puertorriqueña Francisco Matos Paoli; que acusa influencia del espíritu libertario de Paul Éluard; del sentimiento político de García Lorca; del vigor de González Prada, de la rebeldía de José Martí, del socialismo de Manuel Scorza, Walt Whitman y Ernesto Cardenal, de la metafísica de Borges y de lo simple y cotidiano de Jacques Prévert.

El autor de “Al pie del estandarte…” es también eximio conteur: ha publicado varios libros de cuentos entre ellos La Culebra y otros cuentos, texto lineal donde en sucesión desplegada se destaca el genio picaresco del narrador que como Maupassant o Bourget, exhibe amplio conocimiento de la psicología femenina. En “La Mosca”, otro relato de La Culebra…, el cuentista se consagra al esbozar un episodio aterrador donde dialoga con un hombre muerto por fusilamiento. “yo soy el fusilado Víctor Apaza…”: aquí el narrador revela su cultura procesal penal al pormenorizar los postreros instantes de la vida de un sentenciado a muerte, en una trama espeluznante en la que por interpósita persona (a través del difunto) emite juicios crítico-valorativos de carácter subjetivo:

En el condenado a muerte hay dos cadáveres:
el primero corresponde a su esperanza,
el segundo a su cuerpo físico.
Cuando matan la esperanza es cuando se siente
todo el dolor que ha creado la ley penal
y es en ese instante en que uno se siente
verdaderamente fusilado…
La caída física del cuerpo
duele un poco menos y pronto pasa (12)

Este cuento de la mosca, sin gratuitos maximalismos, no tiene nada que envidiar a otros de similar factura escritos por Antón Chejov, Franz Kafka, Alfred Hitchcock o Edgar Allan Poe.

En otra entrega de veinte cuentos reunidos en “El cajamarquino feo y la preciosa cusqueña” disfrutamos a un Genaro humorista que retrata con desenfado los zangoloteos y mamarrachadas sociales, ridiculizando a encumbrados personajes de la high society, al mismo tiempo que nos trasmite sus anécdotas como Senador del Congreso de la República.

En la novelística podemos citar entre otras, Las pulgas del juicio final, y Dos mil años de viaje del Señor de Sipán (novela premiada), en el marco de un realismo crítico-social y de un naturalismo mágico donde vuelca sus vivencias con agudo sentido de humor. Y es que él no inventa nada sino que digiere lo que le acaece con sus triunfos y tragedias que nos lleva a una literatura exenta de inútiles gramatiquerías y de falsos eruditismos, pero que resalta la grandeza de los humildes, la huachafería del autoritarismo legitimado o la radiografía del alma de la mujer, y todo esto lo hace en sencillo tratamiento discursivo dentro de lo real maravilloso que sintoniza el contexto histórico, geográfico y social.

El Genaro Político y Poeta nos conduce a “Poética de la Política” (2007), hacia un contexto de Cinco Cuadernos de Poesía. En sus páginas 65 a 67 desenmascara la “Justicia Peruana”; y aquí quiero anotar que me adhiero por propia experiencia a su denuncia:

… El Poder Judicial aparenta ser autónomo para la masa
pero es más sumiso al poder político,
y doblemente sumiso al poder de la plata.
Siendo esto así
el Perú es un país que no tiene justicia (13)

Asimismo considero pertinente destacar sus Himnos a la República Bolivariana de Venezuela de su libro de poesía Dialéctica de los Zorzales (Maribelina 2006), en el que nuestro amigo cajamarquino y guerrero escribe:

¡Presenten armas los soldados sin miedo y sin tacha
Presenten armas los virtuosos comandantes.
Presenten armas los luchadores sociales.
Presenten armas los agrarios y los estudiantes! (14)

Genaro Ledesma Izquieta ha tomado en serio su destino de escritor y ha perdido el miedo desde chiquito.
Es uno de los más ilustres representantes del parnaso peruano y latinoamericano.

Lima, invierno del 2009

Genaro Ledesma Izquieta (dcha.), con Raúl Gálvez Cuéllar.

leoncio bueno escritor de perú mayo 17, 2010

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POESÍA DE LEONCIO BUENO

DEL LIBRO REBUZNO PROPIO

1

CHAMBERAR-PAREJO

Sin resollar hasta amolarme,

aquí me arranco,

entre las cejas se me ha puesto apoderarme

de todo el universo con un canto

Si no reviento,

aquí lo empuño,

aquí lo alcanzo.

2

SOBRE EL ACERO
Porque tienen armas de cero,

dentaduras de acero

y cerebros de acero

!se creen los más fuertes!

Ciertamente, nosotros,

somos de carne y hueso

paridos por amor.

3

AL CACHO LA ESCRITURA

?Qué perdería el mundo

si de súbito manco

me planto en seco,

mando

al cacho a la escritura,

la Remington

y toda esta morralla que atiborro

creyendo fatuamente

que es preciso que yo escriba_?

No pasaría nada,

sencillamente nada,

sólo que alguna gaya gente de oficio

se sentiría, si, bastante menos mortificada.

LIBRO POEMAS ELEGIDOS

1

Diz que

en el fondo

tal vez todos

seamos inocentes

criaturas todavía prehistóricas

víctimas de los complejos

ni siquiera

verdaderos  asesinos.

2

EL HOMBRE TASAJEADO

Me conozco bien, ah, hombre tasajeado.

En mi palenque juvenil me hablaron de dioses,

má tarde yo mismo escupí  en los altares,

emporqué la hostia consagrada

y convertí en coplas callejeras la oración de mi madreñ

yo mismo quién me embriagué

y forcé como un mancebo montaraz

a las concubinas de mi padre,

las arrastre al meretricio,

y desparramé sus paños menores

sobre las copas de los árboles y las antenas de los edificios

Que nadie tenga piedad de mí a la hora de mi muerte

cúidense todos cuando me metan en mi miserable ataúd,

aún sería capaz de hacer maldades.

3

CANTO

Con leña ajena

no hago fuego

!soy leñatero!

Fgón aparte,

cuezo en mi propio fuego

Soy leñatero.

DEL LIBRO RELATOS DE EL FRONTON

Libro que deja escuchar al testigo de un tiempo

del uno y de los otros.  Aquellos que son y no

en la encrucijada del soplo y del silencio.

La verdad huele a humano.

El ojo mira.  Alguien camina.  Nada sea.  Es la vida

que se desparrama.  El agua limpia, el agua se ensucia.

El agua no se puede beber.  Bebe dice, para que no se te

seque la existencia.

Hay que leer este libro valiente.

El muro: un cuarto oscuro donde se esconde o se  silencia

la ejecución…


CANTAR DEL GOLONDRINO DE ROLAND FORGUES

SOBRE LEONCIO BUENO, TESTIMONIO DE VIDA


texto de carmen váscones:

Ambos, el que anota y cuenta atentan contra el tiempo.  Dejan abrir las rejas de la memoria,

raspasan los ladrillos del recuerdo.  Asoma la infancia, las primeras experiencias,

los decubrimientos, la fascinación por la palabra para que impere como agua transparente,

la dosis del primer amor,la clandestinidad, la pasión delirante, la metamorfosis del ser.

Abrir pasos pos su cuenta.  Leoncio cuenta, el otro escucha, traslada, escribe, los dos

sostienen un diálogo sin pretenciones de demostrar que sabe o

hace de personaje para la historia.   Qué será eso del yo soy en cada quién.  ?En mí?

El guardian de la vida, deja llegar a sus pesamientos.  No teme a la muerte.

Sus noventa y picos de años testimonian un hombre que no claudica ni se ufana de nada.

Su padre gitano y su madre morena lo resgistraron en el acto de amor, fé y pasión.

El aparecía y desaparecía.  Ella sabía que las cartas estaban en sus manos.

El gitano enamorado de la bella.  Se lo llevó la muerte cuando apenas leoncio

pronunciaba sus primeras palabras de “amor a la vida”. La imagen del niño

corriendo al alcance del abrazo que no llega.  La vida continúó en el sin empaparlo

de maldiciones.  Su ser es un juego de dédalos.  Su familia lo ama.  Y es respetado

como el hombre que ha logrado estar y dejar lo que pudo solo y con los otros

que ya no estan.  La juventud respeta a este hombre que trajina aún con la verdad

a cuesta. La creación le alivia la angustia con la finitud.

LEONCIO HA PUBLICADO DESDE 1966, PERO EL PUBLICA DESDE 1943,

JUNTO CON VICTOR MAZZI, CARLOS LOAYZA, ELISEO GARCÍA LASO, Y JOSE GUERRA.

FUNDÓ EL GRUPO CULTURAL PRIMERO DE MAYO EN JUNIO DE 1956,

GRUPO QUE PROPUGNABA IDEALES IDENTIFICADOS CON LAS LUCHAS DE LA CLASE OBRERA.

hA PUBLICADO LOS LIBROS DE POESÍA “AL PIE DEL YUNQUE”, 1966; PASTOR DE TRUENOS 1968;

INVASIÓN PODEROSA 1970; REBUZNO PROPIO, 1976; LA GUERRA DE LOS RUNAS, 1980;

LOS ÚLTIMOS DÍAS DE LA IRA, 1990; CANCIONERO INFORMAL, 1991.

TIENE INÉDITOS, UNA NOVELA AUTOBIOGRAFICA, UN VOLUMEN DE CUENTOS

Y OTROS DONDE REÚNE SU POESÍA AMOROSA.


EJERCE EP PERIODISMO EN EL “DIARIO EL NACIONAL” HABIENDO TRABAJADO

ANTES EN CASI TODOS LOS PERIÓDICOS DE LIMA.  FUE MERECEDOR DE MENCIÓN

HONROSA EN EL PREMIO NACIONAL DE POESÍA Y EN EL IBEROAMERICANO CASA

DE LAS AMÉRICAS.











Y NADIE NACE PARA MORIR EN VANO.  LEONCIO BUENO FUE PARIDO PARA AHONDAR Y DEJAR LA HUELLA DEL PICAPEDRERO, POETA SENCILLO E IMPERATIVO, LÚCIDO, EMANCIPADOR PERMANENTE .  LA ESCLAVITUD AL ACOMADARSE NO VA CON SU SER. DICE NO A LA ALIENACIÓN.

el poeta leoncio bueno, escritor peruano, luchador, forjador, hombre como genaro ledesma que no claudican, que su palabra no negocia, que su vida toda una sola fuerza por un pensamiento de justicia, belleza poética y pensamiento filosófico del erotismo human

o que no se deja avasallar por la jauría del consumo… cv

La Totalidad y las Parcelas de la Literatura Peruana
A propósito del poeta Leoncio Bueno Barrantes (Trujillo, 1921)

Berlin, Enero, José Pablo Quevedo.- El presente trabajo tiene como objeto abordar sobre dos cuestiones fundamentales: Sobre lo partidario del escritor y sobre el carácter social de la literatura tomando como ejemplo la obra del poeta peruano Leoncio Bueno; y tratar de explicar el papel de la literatura en la formación de la conciencia clasista de los trabajadores peruanos, así como su integración a la lucha por la conquista y defensa de la democracia.

1.- Marco general histórico del mundo y en particular en el Perú

Leoncio Bueno Barrantes, nacido en la Hacienda La Constancia – Departamento de la Libertad – en el año de 1921, es uno de los más importantes artífices para la organización de la intelectualidad revolucionaria obrera y para la formación de la conciencia socialista en la literatura obrera, como una parte integrante de la unidad de la lucha antimperialista y por la emancipación social. Leoncio Bueno Barrantes nace en un siglo de grandes convulsiones y de esperanza para la Humanidad, solamente nos basta una breve mención: La Primera Guerra Mundial, La Gran Revolución Socialista de Octubre, mediante la cual la clase proletaria rusa llega por primera vez al poder y crea al Primer Estado Socialista moderno. Es un siglo de grandes aperturas, dinámico, eufémico, y transformador, de avances de la ciencia y la técnica, la radio, el cine, el telégrafo, el teléfono, etc.

Es un siglo en donde el movimiento y la velocidad se hace una parte substancial de nuestras vidas, donde el ritmo de la producción de los bienes aumentan en forma cualitativa, y todos aquellas formas de consumo van cambiando la vida, las costumbres y el carácter de la gente. Y otros vehículos de desplazamiento mecánico, ya perfeccionados, como los aviones, los autos, los barcos, los trenes, nos entregan otras dimensiones diferentes, van acortando las distancias y los tiempos de los continentes, y nos hacen más cercanos a los hombres.

También es un siglo de luces y de barbarie, de Sigmund Freud y del psicoanálisis, de Albert Einstein y de la teoría de la relatividad, de las nuevas teorías sobre la formación de la materia cósmica y de los Soles y de los planetas, también de avances en campo de la medicina y en la producción de los alimentos, de la genética y de la reafirmación de las teorías sobre la evolución de la vida en la Tierra. Así mismo, con el siglo crecen y se desarrollan las corrientes modernistas, futuristas, vanguardistas, simbolistas, etc, en la literatura; y en la pintura, se experimenta con los modelos expresionistas, cubistas y surrealistas. Es el siglo de Paul Cezanne, Pablo Picasso, Henri Matisse, Paul Klee, Ruben Darío, César Vallejo, Pablo Neruda, Jean Paul Sartre, Charles Chaplin, etc.

Por otro lado, el capital financiero de los Estados Unidos y de Europa se han desplazado hacia otros territorios del globo y se exportan capitales en lugar de productos. Son tres centros de poder los que determinan el que hacer y no hacer económico y político de la Humanidad, y si los países no se acondicionan a sus demandas, pues no se les concederan créditos o no se les compran sus productos o se les desestabilizará, amén de la amenaza permanente de una intervención militar. Y el Perú, en este siglo, como todos los países de América Latina, se acondiciona a la supremacia y la dependencia norteamericana y a los capitales yankees.

Importante también es remarcar que por esa época, el escritor e ideólogo peruano Víctor Raúl Haya de la Torre funda el APRA ( Alianza Popular Revolucionaria Americana) en México, en 1924, y extiende a otros países el primer programa antiimperialista contra los monopolios norteamericanos en nuestra historia, y más adelante, en el año de 1928, el pensador José Carlos Mariátegui funda en Lima, El Partido Socialista Peruano (transformado en Partido Comunista Peruano (PCP), en el año de1930.

2.- Las ideas anarco-sindicalistas en el proceso de formación de la conciencia del proletariado peruano

Las nuevas ideas filosóficas y sociales a principios del siglo XX vienen a la América Latina desde una Europa, donde se han experimentado y se han hecho diversas revoluciones y contrarrevoluciones sociales, como la instauración de la “Comuna de París” por la clase obrera, en 1848, en que ésta tradujo para sí, el primer poder proletario en el “Viejo Continente”. Las clases favorecidas, feudales y capitalistas, para mantener y perpetuarse en su poder, también ensayaron una serie métodos, como fue el caso alemán del camino prusiano o revolución desde arriba -para lograr el desarrollo capitalista en el campo o la famosa alianza entre las clases terratenientes y capitalista- para evitar la revolución burguesa. Y de esa Europa que ya ha recorrido las diferentes etapas del desarrollo histórico-social y que se halla


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en la fase del desarrollo del capitalismo industrial y de los monopolios económicos, sus Estados se proyectan hacia la nueva expansión colonial y hacia el reparto territorial del mundo, también vienen las nuevas ideas y los conceptos ganados por el proletariado industrial europeo, en los barcos cargueros, con los marinos y los trabajadores que llegaron a los diferentes puertos de la América del Sur.

Dentro de esa ideología redentora y de emancipación social, las ideas de los anarco-sindicalistas toman poseción de una tierra virgen, en donde la clase trabajadora peruana se va desarrollando paulatimanmente dentro en el proceso de la descomposición “semifeudal” y avanza por el camino del desarrollo y de la evolución capitalista, que les van señalando los países altamente industrializados. La estructura económica del Estado Peruano es, como lo escribe, José Carlos Mariátegui en sus famosos Siete Ensayos de Interpretación de la Realidad Peruana: “Apuntaré… en el Perú actual coexisten elementos de tres economías diferentes. Bajo el régimen de economía feudal nacido de la Conquista subsisten en la sierra algunos residuos vivos todavía de la economía comunista indígena. En la costa sobre un suelo feudal, crece una economía burguesa que, por lo menos en su desarrollo mental, da la impresión de una economía retardada.” ( “Siete Ensayos”, 19a Edición, Empresa Editora Amauta, Lima, 1971.)

Las ideas sociales de Michail Alexandrowitsch Bakunin y de Protokim, socialista anarquista francés, el primero y anarco-sindicalista ruso, el segundo, son quienes más trascienden dentro de los primeros núcleos de la clase obrera peruana y con sus ideas sociales de emancipación y de justicia social abren los albores del discurso ideológico y de la lucha clasista en las primeras fábricas textiles y usinas limeñas, establecidas a las márgenes del río Rimac. Y en este mundo de las fábricas textiles, ya en ebullición social con su masa de obreros trabajando bajo condiciones sociales desfavorables, se van impregnando esa ideología y van ganando una conciencia clasista en su primeros intentos por mejorar sus condiciones de vida y de trabajo, y posteriormente lo harán en la lucha política por liberarse de esta esclavitud asalariada. Estos dos intelectuales, son discípulos del fundador del anarquismo francés Pierre Josefp Proudhon (Besancon, 15.1.1809-Passy, 19.1.1865), famoso intelectual socialista que combatió a la propiedad, de la cual escribió: “La propiedad es un robo”, en la medida que sirva a la opresión”. El criticó igualmente al principio de la libre concurrencia y posteriormente el comunismo. Elegido miembro de la Convención Nacional, intento establecer una reforma social para los trabajadores a través del mutualismo. Entre sus obras principales se cuentan: “Qué es la propiedad”, “El derecho al trabajo”, “La propiedad y la solución al problema social”, el “Banco popular”. La crítica y los alcances de estas teorías de Proudhon estan definidas por Carlos Marx, en su libro “La Sagrada Familia o la Miseria de la Filosofía”, publicado en el año de 1847 (Marx/Engels 4, 105, Obras Completas, edición alemana, Berlín, DDR). También en lo que se refiere a las ideas de Michail Alexandrowitsch Bakunin (Prjamuchino, Governaduría de Twer 30.5. 1814; Berna, 1.7.1876), este intelectual anarco-socialista, participa activamente, en su tiempo, de una serie de revoluciones y en la Cumuna de París (1848) y también en Posen, Polonia y en Dresden, Alemania, en 1849, y mas adelante es deportado a Rusia. En 1864 se hace miembro de la I Internacional Comunista, que fundara Carlos Marx, pero posteriormente, en 1872, fue expulsado de la misma. Más adelante como un agitador práctico y un revolucionario seguirá influenciando en el movimiento obrero y sindicalista y fundará diferentes células revolucionarias anarquistas, sobre todo en torno del Mar Mediterráneo. Entre su obra principal se cuenta, ” El orden Estatal y la Anarquía”. También, Carlos Marx, escribiría sobre Bakunin y sobre sus teorías: “como la forma caricaturesca del proudhonismo” ( Marx/ Engels, tomo 18, 516, edición alemana, Berlín, DDR).

3.- Evolución política de un poeta revolucionario. El caso del poeta Leoncio Bueno Barrantes

La explotación asalariada capitalista en el Perú, esta determinada, por un lado, por la influencia de los capitales internacionales extranjeros que se han invertido en el Perú y que ocasionan su dependencia; y por otro lado, la fusión de esos capitales con los de la aristocracia terrateniente en las haciendas o ingenios agro-industriales del algodón y del azúcar, lo cual determina que aún se mantengan los resabios mentales feudales y el comportamiento espiritual aristocrático colonial. Y de ello, el mismo poeta revolucionario, Leoncio Bueno, hace memoria de lo que sucedió en su niñez entre aquellos cañaverales: ” Desde la edad de los nueve años, a las cuatro de la mañana, tenía que levantarme al tañir de las campanas para trabajar en la hacienda Gildemeister. Aquí la jornada de trabajo era de doce horas, y más, y nadie tenía derecho a protestar, y los sueños sobre los derechos sindicalistas eran ilusos para los jóvenes”. También recuerda, como una vez a esa hacienda vinieron unos dirigentes anarco-sindicalistas para organizar a las primeras células sindicales y capacitarlas y agitarlas para conquistar la jornada de las ocho horas. Leoncio Bueno, en el reportaje que escribe el periodista peruano


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Edwin Sarmiento, así lo describe: “Los anarcos nos enseñaban a escribir y a pelear. Y yo le entré por la poesía. Los obreros de la hacienda, enterados de sus inquietudes del muchacho, le dijeron que si quería ser poeta, tenía que ser un poeta revolucionario y que debería cantar a las epopeyas de las luchas de su pueblo, de la clase trabajadora, porque tienes que saber, Leoncito, que a los trabajadores no los libera nadie, ni menos los intelectuales de la burguesía, sino que solitos, muy unidos, fuertemente organizados los trabajadores tenemos que ser actores de nuestra propia liberación en esa Patria que sangra todos los días.”

En 1943, Leoncio Bueno se hizo militante del Partido Comunista Peruano, PCP, del cual será expulsado en 1946. Mas adelante, con otro líder sindical, Féliz Zevallos, fundó el Partido Obrero Revolucionaro, PDR, Sección Peruana de la IVta. Internacional, que después sería el núcleo del Grupo Obrero Marxista, que organizó junto al poeta Emilio Adolfo Westphalen. Durante los años de 1952 a 1956, durante el ochenio del dictador Manuel A. Odría, fue confinado a prisión, en la isla “El Frontón”, donde también se hallaban otros presos políticos y opositores a este régimen. Más adelante, su lucha por un Perú mejor lo llevaría nuevamente a las cárceles del Panóptico y a “El Frontón”, por ayudar a unos jóvenes trotzkistas, que allá, por el año de 1962 habían asaltado al Banco de Crédito en Lima para agenciarse de fondos y comprar armas y lanzarse por la zona de Chaupimayo, en el Valle de la Convención ,Cusco y hacer la revolución, allí donde Hugo Blanco Galdos, ingeniero agrónomo y lider sindical campesino se batía contra los gamonales movilizando a miles de campesinos e iniciaba en el Perú la toma de tierras.


4.- La fundación del Grupo Intelectual Primero de Mayo en 1948

Paralelo a este derrotero político y revolucionario que corría ya dentro de la sangre de este escritor y como una parte de sus ideas por la emancipación del proletariado, esos triunfos y avatares Leoncio Bueno, los fue traduciendo a su poesía, así como en la fundación del “Grupo Intelectual Primero de Mayo”, que nació en su taller de baterías “EL Tungar” en el distrito de Breña, en Lima.

La fundación del “Grupo Intelectual Primero de Mayo”, corresponde al proceso de maduración y organización de la clase obrera, a través de lineamientos políticos e ideológicos definidos tanto en la tribuna nacional como internacional, o como Víctor Mazzi Trujillo, lo destaca: “Los aedos representantes de la poesía proletaria no irrumpen en los dominios de la literatura nacional sino hasta poco después de iniciada su organización del proletariado y de fundamentada su base social y política por la orientación y el análisis sociológico de José Carlos Mariátegui y la obra teórica y práctica de César Vallejo.” (1)

El “Grupo Intelectual Primero de Mayo” se constituyó en un verdadero semillero de lo mejor de la clase obrera peruana, y el “Túngar”, donde se animaron las diversas veladas literarias, se fueron integrando otros jóvenes nóveles, quienes fueron después destacados poetas proletarios, y así mismo, fueron dirigentes del movimiento obrero peruano, entre otros: Gamaniel Blanco, trabajador minero y revolucionario sindicalista, quien fue el primero en escribir un Ensayo-Monografía sobre Morococha; Augusto Mateu Cueva, con su libro “Alborada”; Luis Nieto y su poemario a Mariátegui; y posteriormente, Jorge Bacacorzo con “Pan y Rebeliones”; Julian Huanay y su novela, “El Retoño” y su libro de cuentos “Suburbios”.

Un avance importante de este Grupo fue su permanente contacto con otros poetas peruanos, ya consagrados por la crítica y también pertenecientes a otras capas sociales, quienes fueron invitados para lecturas o para conversaciones. Leoncio Bueno comenta que conoció personalmente a destacados escritores peruanos, como Javier Sologuren, Sebastián Salazar Bondy, Jorge Eduardo Eielson, Alejandro Romualdo; también a los escritores Xavier Abril, Emilio Adolfo Wetsphalen, José María Arguedas, Arturo Corcuera, Mario Razzeto, Carmen Luz Bejarano, César Calvo, Reynaldo Naranjo. Así mismo al “Tungar” llegaron los poetas de la controvertida generación del setenta, entre otros, el grupo, “Hora Zero” y los vinculados a la revista “Estación Reunida”.

Otro aspecto importante de esta agrupación es la produción intelectual literaria, ya sea como revistas, como por ejemplo ” Canto y Seña” o en las creaciones de obras personales. También muchos de sus miembros fomenta la investigación social y económica del país, y otros, como Víctor Mazzi Trujillo, se intruducen como investigadores en el pasado estético-histórico peruano para profundizar desde las raíces en la línea histórica de esas tradiciones y que van a derivar necesariamente en la poesía proletaria. En su libro “Poesía Proletaria del Perú” (1930 – 1976, Lima 1976 ), nos entrega un resumen escueto de esa tradición a través de sus principales

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personalidades históricas y de poemas y datos debidamente seleccionados por él mismo. En mi opinión -aún siendo un libro incipiente-, es un aporte al proceso de la investigación histórico-literaria acerca de los precursores de la literatura proletaria, y por lo tanto, este libro continúa en la tradición del análisis marxista sobre la literatura, bajo el método desarrollado por José Carlos Mariátegui.

5.- Sobre el objeto del trabajo poético en la poesía proletaria

a) El objeto de los trabajos literarios estará dirigido contra las relaciones “semifeudales” y capitalistas de explotación de la riqueza social. Los elementos binarios, eregidos como dos antípodas sociales, forman casi siempre la estructura formal de los poemas, y en ellos siempre hay dos polos no convergentes a lo largo del discurso poético, bajo la tenencia y la no tenencia de la propiedad, además se nota el proceso de esa permanencia histórica y de su evolución, como ya por ejemplo asoma, desde uno de los inicios en la poesía satírica de Juan del Valle y Caviedes ( 1652 – 1694), en cuyo poema, “Lo que son las riquezas en el Perú”, se muestra ya a este carácter: “La plata de estos reynos anhelada/ adquirida con logros y con daños/ a polvo se reduce en pocos años/ en seda rota y lana apolillada”.

b) Al carácter histórico de estas relaciones de explotación pertenecen los objetos y sujetos móvibles-históricos-literarios, que van variando de acuerdo a las diferentes épocas. Es decir, hay mutaciones de pares dentro de esa lógica-histórica, y estos se van desarrollando, y lo que al inicio fue el objeto de trabajo, se va modificando dentro de otro contexto social-histórico, dentro de las nuevas relaciones de producción de un capitalismo dependiente y bajo las condiciones de la “semifeudalidad”. El objeto-sujeto literario, recibe nuevos nombres, muta en la forma y se hace variado. Y este objeto-sujeto literario ya mutado recibe o se reproduce en otras expresiones y en nuevos giros y palabras.

Tomemos por ejemplo la minería: “La plata, el oro / ¡Vale un Perú!, los mineros, la mina, la minería, el socabón, topos humanos, paria tributario, el proletariado minero”.

El feudo, la hacienda, el Señor, el hacendado, el gamonal, los señoritos, la aristocracia terrateniente, los barones del azúcar y del algodón, los vasallos, los siervos, los campesinos, los agricultores, los labriegos, los aparceros, los obreros agrícolas, los yanacunas, los braceros, los parias, los mendigos, los destechados, los pongos, los misios, los calatos, los mansos, los caídos, los de abajo, los sin techo y sin trabajo. Muchas de estas categorías históricos -sociales, algunas que reflejan al mismo nivel de pares antagónicos, y en otras el proceso de su evolución histórica bajo las nuevas relaciones capitalistas de produción, mediante la acción del Imperialismo, ahora llamado “Globalización”.

Esto también vale para los elementos del comunismo agrario, dejado por la sociedad incásica: El ayllu, la comunidad, las comunidades indígenas, el comunero, el comunero agrario.

En lo referente a la semifeudalidad podemos decir: La aristocracia terrateniente, la burguesía, los señores autoritarios, las damas encopetadas, el proletariado, los obreros, la clase trabajadora.

Esto se recepciona en lo concerniente al Estado económico y las etapas de desarrollo alcanzado: El capitalismo, el imperialismo, el socialismo, el comunismo.

c) La naturaleza (“animada o no animada”), bajo esas relaciones de explotación, varía de acuerdo a esas mutaciones sociales y recogen otras perspectivas emocionales del escritor de acuerdo a su nueva dimensión social, como ya advieten o lo anticipan el contenido de los títulos de los libros, y que les consignan sus propios autores, por ejemplo:

– La determinación geográfica de la explotacián minera: La mina, La Oroya, Morococha; o como también el lugar de la explotación petrolera, como Talara, etc.

– Referencia geografícas de los Andes: Andes milenarios, picachos blancos, cumbres, el volcán, etc.

– Plantas: El árbol de la quinua, flores, violetas, raíz, follaje, coca, etc.

– Fenómenos naturales: Alborada (andinas), lluvias locas, goteras, huayco, rayo, relámpago, etc.


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d) Existen algunos elementos incásicos dentro del contenido social de los poemas: Sol de los Incas, cóndores guerreros, palomas, etc.

f) En muchos de los poemas se van constituyendo los símbolos del proletariado: Alborada, overol, bandera de los pobres, Primero de Mayo, Sinfonía roja, puños en alto, etc.

g) Se acentúan los símbolos del trabajo de la clase obrera y éstas varían de acuerdo al oficio de cada poeta socialista, como por ejemplo: El taller, la fábrica, máquina, herramientas, fierros, poléas, martillo, yunque; o también en la construcción civil: Andamios, elevadores, picos, taladros, lampas, azadas, chimeneas; así mismo en otros oficios: leñador, panadero, etc.

h) Se destaca igualmente la identificación de la forma de gobierno o de las clases explotadoras y sus formas encubiertas de apoderamineto de la riqueza social: Tiranías, robos, injusticias, avaricias, infames, miserias, mártires, codicias, intrigas, bayonetas, parias, mendigo, andrajos, harapos, limosna, etc.

i) Identificación con su estado psíquico bajo ese sistema de explotación: “Esta voz es tu voz herrero del alba” (Jorge Sosa); “la paz en un ángulo de mi cerebro” (José Guerra Peñaloza); “son calvarios estas minas” (Gamaniel R. Blanco); “porque ellos jamás serán condecorados” (Leoncio Bueno ), etc. (2)

g) Identificacón con sus formas de lucha: Hoguera, combatiente, luchador, cárcel, ejército de proles, Frontón, etc.

j) Relación al tiempo de trabajo de la clase obrera: Jornada, horas de trabajo, etc.

k) Los estilos sobre el objeto-sujeto-literario de trabajo van variando de acuerdo a los autores en cada época, y al género usado, aunque hay que destacar que en muchos de esos trabajos intelectuales impera un lenguaje sencillo y realista. En otros, en cambio, hay un proceso de evolución y de influencias que van desde los estilos clásicos, románticos, modernistas, y en otros, hasta de suma originalidad vanguardista.

6.- La Poesía de Leoncio Bueno

En cuanto a la producción literaria publicada por Leoncio Bueno, se cuentan los libro de poesías. “Al pie del yunque, Lima 1966”, “Pastor de truenos”, “Rebuzno propio”, Lima 1976, “Duvasión poderosa”, Lima,1970, “La Guerra de los Runas”, Lima, 1980, quienes reunen así mismo el testimonio de la vida de un luchador social y de un revolucionario. Estas obras recogen las propia experiencias de una parte de un proceso de evolución política y social del proletariado peruano, en un lapso de tiempo frecuentado por políticos criollos, cuyas promesas son demagógicas o también por caudillos usurpadores de la Independencia Formal, de dictadores de turno y de algunos militares hábidos y hambrientos de flágidas conquistas. Estos libros nos entregan una radiografía de lo que es el Perú en una de sus aristas, e impulsa a las aspiraciones de las clases productoras de la riqueza. Estos libros en el estilo del medio pelo y coloquial de Leoncio Bueno, recogen las diversos hablas del poblador peruano, que va desde la hacienda hasta la fábrica, desde el taller hasta la cárcel, pasando por el sociolecto típico de las barriadas, concretamente de Comas.
En los versos de este aeda, se advierte la influencia de la poesía moderna y del realismo, pero no hecha de un realismo bipolar, sino con las brochas y las espátulas artesanales que gozan de los colores verdes -petróleo- botellas- brillantes, y de los más disímiles de los obscuros dentro de la explosión centrifugal del movimiento y del ritmo de las máquinas, y que ahora el arte moderno más diversificado lo ha asumido. También de las manos de este mecánico-artífice y autodidacta surgen los versos hechos sinfonías formando lienzos en forma vertical o horizontal de acuerdo a sus emociones. De ese ritmo de los fierros, nacen aquellos versos combativos: “…Hacer hablar al humo y los motores./ ¡Que digan esos fierros!/ ¡Que digan las poleas!/ Que digan lo que han visto!/ y yo diría, a gritos lo que puede/ decir sin sus cadenas el obrero;/ entonces camaradas oiríais/ la sinfonía roja (“Sinfonía roja”). Pero también los versos sencillos pero llenos de ternura: “¡Parla niño!/ ¡Parla en tu media lengua/ que yo te veo y te oigo /desde mi sol profundo! (“Carta a mi hijo de cinco años”). O aquellos jaranderos y hasta a veces, irónicos, pero que preludian al Sol, y con ellos, este vate, despunta la esperanza: “Bienaventurados los cholos, los negros, los macacos./Bienaventurados los pongos, los misios, los calatos./ Bienaventurados los opas, los mansos, los caídos./ Bienaventurados los de abajo, los sin techo y sin trabajo…/ porque ellos jamás serán condecorados ( “A los hijos del pueblo” ).


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Resumen:

1) La literatura proletaria, ya sea ésta influída bajo la ideología anarco-sindicalista o la ideología marxista, desde sus primeras horas remece a las clases pudientes y a ese mundo de intelectuales elitistas, aptos solamente para copiar o hacer reciclajes del mundo europeo, sin una reflexión histórico-social, para adaptarla a otra realidad.

2) La literatura proletaria, aún desde su estado embrionario, ya asume una responsabilidad social frente a la sociedad peruana. Su contenido no es cortejar al gusto de los señores terratenientes y de la burguesía, sino poner en cuestionamiento a la propiedad, a las relaciones de explotación y de esclavitud asalariada y trata de anteponer a estas realidades, otro mundo de justicia y de emancipación.

3) La literatura proletaria, por otro camino y por su propio contenido realista, responde a una evolución histórico-social, inherente en el campesinado peruano explotado y en su transformación a la clase proletaria dentro el proceso de la descomposición de las relaciones “semifeudales” de producción, y su paso al sector agro- industrial, que va desde la hacienda moderna o la fábrica o la mina, y dentro de ellas, a su infinidad de formas de explotación. Esta literatura tiene una raigambre y se halla paralela en la tradición de la cultura andina y tiene muchas cosas comunes que la asemejan con la literatura indigenista.

4) La literatura proletaria es una literatura de integración y sobre todo, en el Grupo Intelectual Primero de Mayo- es concebida y asumida conscientemente en su papel y función social por varios sectores de trabajadores de diferentes oficios, una unidad diversa de integración, un aprendizaje propio-ajeno-experimental, que es recogido como en los talleres literarios, en lecturas, en conversaciones, en intercambios de ideas, por la cual, muchas veces, un estilo influye en el otro y viceversa.

5) La literatura proletaria, desde sus primeras fases de evolución, es una parte del Perú multicultural en proceso de desarrollo hacia la peruanidad y de la cultura de todas las sangres, ya que en ella se reconoce el carácter social de las relaciones de explotación y al carácter de clase y ella no da cabida a las cuestiones raciales o solamente etnológicas, en las cuales, en nuestros días, predenden justificar algunos ideólogos el carácter de la explotación.

6) La literatura proletaria o social es contestataria, es de compromiso y es una parte integrante de la Literatura Peruana y no puede ser reducida a un mero parto individual especulativo, sino que representa a sectores humanos que venden su fuerza de trabajo, a desposeídos y a marginados que se hallan dependientes de la explotación asalariada. Sobre ella , muy pocos críticos de Literatura, han insistido en su importancia, y otros por tener otro sentido de la Estética y de la Vida, le han restado magnitud. Más aún, las clases pudientes se han opuesto siempre a no integrarla dentro de los libros para la enseñanza en las escuelas o colegios peruanos.

7) El método de análisis neopositivista, metafísico o funcional o cientificista, sigue siendo el más usual para el análisis de la literatura. Estos métodos reduccionistas y anti- histórico, operan más sobre las formas que sobre el contenido. Ellos tampoco buscan de esclarecer los criterios sobre la relación Estética-Literatura-Arte, o sobre las varias concatenaciones sociales y universales que establecen los hombres en una determinada época histórica y de trabajo. El carácter de estos análisis sigue dislocando aún a la realidad peruana en su totalidad dentro del proceso para integrar a lo propio, a lo ajeno y a lo diverso, y por eso, solamente presenta a esta realidad en forma parcial o reducida. Los prejuicios mentales, aún dejados por los señores encomenderos y por los Hermozillas, los plagiadores y los copistas coloniales, que aún perviven en muchas mentes, a veces, no les permite integrarla en un sistema racional y de esclarecimiento histórico.

Conclusión: Corresponde, entonces a intelectuales, a las mentas más lúcidas , a las clases oprimidas integrar esa literatura dentro de un Perú en Estado de evolución y de todas las Sangres y de todas las Culturas.


José Pablo Queved –
Presidente de la Casa del Poeta Peruano en Alemania
Miembro Fundador de Melopoefant, Berlín

difundiendo la poesía de ecuador, escarbando poco a poco en la historia…. continúo y vendrá más… mayo 17, 2010

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SERIE LA ROSA DE PAPEL, COLECCIÓN DE POESÍA ECUARTORIANA, CASA CULTURA ECUATORIANA NÚCLEO DEL GUAYAS. EN PRESIDENCIAS DE FERNANDO CAZÓN VERA Y MIGUEL DONOSO PAREJA, GUAYAQUIL ,1986- 1991(1# david ledesma, 2# fancisco falquez ampuero, 3# césar dávila andrade, 4# adalberto ortiz, 5# alfredo gangotena,6#rafael díaz icaza, 7# césar borja lavayen, 8# medardo ángel silva, 9# pedro jorge vera, 10# josé joaquin olmedo, 11# juan bauatista acuirre, 12#alfonso moreno mora, 13#horacio hidrovo velasquez, 14#hugo mayo, 15#gonzalo escudero, 16#carlos eduardo jaramillo, 17#zaida letty castillo, 18#arturo borja y humberto fierro, 19#julio pazos, 20# poesía negra del ecuador(adalberto ortiz , nelson estupiñan, antonio preciado, orlando tenorio cuero…), 21#jorge carrera andrade, 22#aurora estrada y Ayala, 23#fernando cazón vera, 24#sergio román armendariz, 25#gastón hidalgo ortega, 26# ileana espinel cedeño.

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SERIE HOY, CASA DE LA CULTURA ECUATORIANA N ÚCLEO DEL GUAYAS, EN PRESIDENCIA DE MIGUEl DONOSO PAREJA, GUAYAQUIL

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SERIE COLECCIÓN ANTARES, EDITORIAL LIBRESA, LITERATURA DE ECUADOR, QUITO

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SERIE COLECCIÓN METÁFORA, POETAS DE ECUADOR, EDITORIAL EL CONEJO, QUITO

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SERIE CRÓNICA DE SUEÑOS, EDITORIAL LIBRESA, ECUADOR, POETAS DE ECUADOR, QUITO.

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ANTOLOGÍA CINCO POETAS DE LOS 70, BIBLIOTECA DE LITERATURA ECUATORIANA, EDITORIAL EL CONEJO, Y OVEJA NEGRA, QUITO, COLOMBIA. 1987

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TRES GRANDES POETAS, JORGE CARRERA ANDRADE. GONZALO ESCUDERO. ALFREDO GANGOTENA. EDITORIAL EL CONEJO, QUITO,  1986.

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ANTOLOGÍA LOS DECAPITADOS Y LA VANGUARDIA. BIBLIOTECA DE LITERATURA ECUATORIANA. EDITORIAL EL CONEJO Y OVEJA NEGRA. QUITO Y COLOMBIA. 1086

 

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PORQUE FUISTE TÚ, POR CARMEN VÁSCONES mayo 13, 2010

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PORQUE FUISTE TÚ

 

 

A Fernando Artieda y Lourdes Centurión

 

 

“Y solo turba  el hondo silencio del monólogo”

Medardo Ángel Silva

 

 

“Onán cantando loas a su espejo tumefacto

y a la ficción de cera que tiene del amor”.

Fernando .Artieda.

 

 

 

“Los cuadros que cuelgan en las paredes de mi casa me saltan a los ojos como arcángeles difuntos.  Los muebles acogen con nobleza las nalgas de los sobrevivientes como si con ternura agradecieran que alguien se siente sobre ellos”

-Yo ya me estoy muriendo. No camino. No hablo. No salgo, no escribo, no leo. Estoy tirado en un cama esperando que mi madre me recoja.- ¿Qué te puedo decir?  No moverse es una dictadura o como la amenaza del torturador… embriágate. Putea a esa madre o dale una nada… dibújala con el dedo. Nada y nones, par o impar.  Cuenta hasta que se quede el infinito sin estrellas. Que toque la poeta Manzano el piano, que deje a la corza libre.  Que le saque la lanza, que el árbol del bien y del mal no sangre en la boca de Eva.  Ave sin destino la culpa del diluvio.

En tus ojos: el olimpo del silencio.

Acércate a Dios para que te alivies, hagas liviana la vida.  Así, el cuerpo no te despedaza ni te aleja de un plomazo. Acércate al infierno para que derritas la pesadilla que da dentelladas  a tu fantasía y no te deja acordar de la Monrroe, (interrupción parecida al delirio) pero déjame decirte que “tu sabes –que donde estés- que mi beso de niño tocó tu piel de nunca y se hizo nada” como quizás ya mismo estoy donde estás….

DETENIDA EN EL BORDE DEL MAL, DE CARMEN VÁSCONES libro traducido al italiano mayo 12, 2010

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LISA COCCO TRADUCTORA

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del libro la muerte un ensayo de amores

traducido al italiano POR LISA COCCO

1

Detenida en el borde del mal

significo la ternura

contienda mortal de lo divino

la atracción se lanza a conjeturas

envuelto lo intemporal al vestigio

fiel a lo diferente

atrapo eternidades insinuadas

dejo los indicios entre palabras

todo es recorrido  del tiempo

atrapado en la memoria

La certeza y el veredicto los cumplo

en mi cuerpo.

Asisto a los actos del sueño

primicia de mi deseo

el teatro en mi ser obra su prisa

repito la escena

La muerte un ensayo de amores.

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Sospesa sull’ orlo del male

rappresento la tenerezza

contesa mortale del divino

l’attrazione si presta a congetture

connette l’ eternità al ricordo

fedele alla differenza

afferro eternità abbozzate

lascio gli indizi tra parole

tutto è percorso del tempo

prigioniero nella memoria.

La certezza ed il verdetto

li soddisfo nel mio corpo.

Assisto agli atti del sogno

primizia del mio desiderio,

il teatro nel mio essere

recita la sua fretta,

ripeto la scena.

La morte una prova di amori.

QUIEN HA VISTO LLANTO AL MAR, POR CARMEN VÁSCONES mayo 12, 2010

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DEL LIBRO LA MUERTE UN ENSAYO DE AMORES

AL ITALIANO POR LISA COCCO


Quien ha visto llanto al mar

cuando sueña el naufragio

Quién ha visto sollozar al mar

tras la roca

Quien ha visto lágrimas al mar

para dar de beber al navegante

Quién ha visto llover al mar

junto al ahogo del amante

Quién ha visto salibar al mar

la piel de sus dios

Quién ha visto sudorar al mar

la posesión de su cantor

Quién ha visto traicionar al mar

ante la mirada de otro espejo

Quién ha oído al mar

La perpetua orgía de su voz.

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Chi ha visto il pianto del mare

quando sogna il naufragio

Chi ha visto singhiozzare il mare

dietro la roccia

Chi ha visto le lacrime del mare

per dare da bere al navigante

Chi ha visto piovere il mare

insieme all’ annegamento dell’amante

Chi ha visto salivar al mare

la pelle dei suoi Dei

Chi ha visto sudare al mare

il possesso del suo cantore

Chi ha visto tradire il mare

davanti allo sguardo di un altro specchio

Chi ha sentito del mare

L’ eterno cerimoniale