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Dove sono? carmen váscones/poema traducido al italiano por Lisa Cocco abril 15, 2010

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POEMA DE CARMEN VÁSCONES
TRADUCIDO AL ITALIANO POR LISA COCCO
Dove sono?
Infanzia sei qui?
Hai giocato tutti i giochi?
ignori il sillabario delle tombe
io lo stesso
attraverso l' instabilità del fosso
faccio "pepo y trulo"
anche tre in una riga.
Improvvisamente: chi è?
cosa dico?
entri cantando,
ormai non mi ricordo
Dio, Gesù è con te?
La mia solitudine,
Un nascondiglio del sole
per non essere trovato nella notte,
si raccoglie nella mia ombra nativa
balla con la vergine
la sua arroganza di inaccessibile,
intorno al supplizio della luna
sembra sovrano il cielo,
avvolto nel suo luccichìo.
Rifuggo da tutto, per essere vicina alla grazia
schiavizzo la mia determinazione
non voglio che finisca
il mio orgoglio di adolescente.
Avevo il mondo negli occhi
prendevo la mira
premevo il grilletto,
sul ciglio del sentiero
il cervo spargeva il suo sangue,
come segno di stanchezza,
cercando una tregua.
Dietro lui esplodevo,
altrettanto,
arrivavo trionfante
col mio animale
sulle spalle,
ho sempre cercato il rischio
la paura dell' altro,
quella dell' animale era una abitudine,
non so a cosa
forse un modo per non dimenticare
come siamo indifesi
nelle vestigia del corpo.
Ho sentito tante volte la paura
la tenevo sempre distante
la ignoravo, non affrontandola.
Ero così sicuro del fatto mio
che, la tradivo con conquiste,
certi momenti volevo essere solo il cacciatore
e mai la preda,
L' attimo opportuno
mi diede il segnale,
mira e fuoco.
Ormai non posso nascondere
ciò che appare di me,
nè ciò che arriva,
non voglio rispondere ad un richiamo
dove non esiste pietà,
resisto all' inscindibilità della mia morte.
Non posso fare niente,
magari sperare,
magari neanche quello
forse sognare.
Voglio che ci sia un mondo per i bambini,
che attraversino i misteri dell' espressione
che c'è nei loro corpi,
che inventino i loro stessi giochi,
che facciano delle vocali il loro canto,
dell' amore il loro amore.
Le mie fantasie sembrano alberi con quattro foglie,
avessi amato quel fiore incollato nella mia pelle,
affinchè il suo pieno di fortuna, mi facesse
arrivare fino ai misteri del tempo.
Un' ombra procede indistinta
verso la futilità del vento
opprime lo scampanellìo che si scompone
nelle viscere,
della terra o dell' acqua?
Padre Nostro dove sei?
non abbandonarmi,
che il tuo regno sia con me,
come quando i miei bambini si avvicinano
e, mi avvolgono con i loro abbracci,
con sorrisi e giochi che non capisco,
fanno ciò che vogliono di me
così sia.
Non ho tempo per tirarmi indietro,
così....voglio solo lasciarmi cullare,
ascoltare una voce che mi tranquillizzi,
avere accanto una luce che, mi tolga
questo buio che finisce con le mie pupille,
non ho forza per continuare a lottare,
ho smesso di cercare
non sopporto la gabbia del mio corpo,
mi affligge l' oscurità,
cresce dentro me.
Sento il nulla che mi prende
come obbiettivo finale
che mi strappa dalla mia famiglia.
"Rimani con me signore"
se vuoi che ti sia fedele.
Sopisci la mia rabbia con i tuoi baci
e quella tenerezza così profonda,
metti le tue mani di donna
nel mio cuore disperato,
mi spingi con la tua forza,
al delirio della mia redenzione.
Mi hai amato, nonostante la mia morte,
la tua fedeltà ha odore di germoglio,
raggomitolato nel mio giorno preciso,
- ho fede solo in te -
la tua parola è il mio vangelo,
non mi sento perso
con la tua tenerezza e bontà,
il tuo calore è il mio rifugio,
dove ripongo tutta la mia fragilità.
Strappami dal tuo grembo
quando non ce la fai più,
con questo corpo
che si aggrappa a te,
al tuo ventre,
che mi ha dato questi due cuccioli,
così figli del mio sangue,
li vedo correre sulla sabbia con te
dì loro, che sono stati sempre il mio sogno,
il mio potere.
Quella che mi nutriva
sembrava una fiera strappata dal suo cucciolo,
che la lascino sola, scintillavano i suoi occhi
che la lascino col suo dolore,
il suo dolore di non ritornare,
che la lascino,
che nessuno la tocchi.
Si strappò la sua anima,
come falena agitata precipitò
il suo dolore sopra la memoria.
Che importa?
Come regina del firmamento si avvicina al sole,
gli sussurra che mitighi il suo riflesso,
calmi il deserto,
si nasconda per un momento dentro il tramonto.
Gli domanda dov'è la croce,
vuole trasformarla in albero
come era nella sua origine,
gli chiese che consegnasse i suoi raggi
come una offerta purificatrice,
che stia con lui,
che non lo lasci smarrire nell'incontro.
Dal padre al figlio,
dal figlio al padre,
una stella nasce nel firmamento,
il mare accoglie nel suo seno
la prima intimità,
il pianto del rampollo
com' era nel principio.
Quello che fu..........
Abitante di questo porto e della mia dimora,
ti sei immerso nel mondo dei pesci,
per rispecchiarti nelle lore bolle
per lasciar loro i tuoi ami come scherzo,
-di bocca in bocca il miglior pesce-
Attorno alla piantagione la città,
e tutti i suoi uomini, con l' ultimo della terra
(il suo petto sembra un buco, dove annida la speranza).
La sua ignoranza di esistere, ammaliò il rivale,
come re senza battaglia cadde da cavallo,
il suo corpo uscì dal labirinto,
il suo desiderio un ondeggiare tranquillo
aspettando la preda,
catturare il pesce che lo sorprese,
unire le sue lacrime con acqua,
che mai gli fu estranea,
uno si alternò con la canna da pesca.
I miei occhi ti aspettano,
corpo del tuo corpo,
ossa delle tue ossa,
polvere della tua polvere.
Imprigiono contro me i suoi resti,
colgo una rosa di Gerico,
inumidisco il suo gambo,
la metto fra le sue mani,
affinchè la sua pelle profumi di petali nuovi
per tutta l' eternità.
Uno sciabordìo di piccole onde, trascina la sua ultima
preghiera,
sette vele accompagnano la partenza di chi prega,
in due scatolette ancora le sue impronte,
furono gettate nell' estuario,
trattengo il respiro,
nelle mie dita la tua carne che,oramai
non è la tua carne
solo nel mio ricordo.
Rimbalza la cenere come rete consumata
dalla passione umana.
Il sereno nasconde
la traccia di una origine,
che si espande
in tutta la realtà,
come pioggerellina di uccellini
che emigrano nella stagione della nidiata.
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DONO SONO, TRADUCIDO AL ITALIANO POR LISA COCCO abril 15, 2010

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Una bandera rota y embarrada, tribuna: isabel allende, terremoto en chile, abril 6, 2010

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TRIBUNA: ISABEL ALLENDE

Una bandera rota y embarrada

El terremoto que ha asolado Chile ha sacado a la luz lo mejor y lo peor de su sociedad: la solidaridad y el pillaje, el coraje y el dolor, el nuevo desarrollo y la enorme desigualdad económica entre ricos y pobres

ISABEL ALLENDE 14/03/2010

Vengo llegando de Chile, donde fui de carrera a participar en la Teletón Chile ayuda a Chile, una cadena nacional de 27 horas cuyo objetivo era juntar el equivalente de 30 millones de dólares. Se lograron 60 millones; hasta los damnificados que quedaron sin nada, aportaron unas monedas. Ese ejemplo de solidaridad levantó el ánimo del país.

La destrucción se nota apenas aterriza el avión en Santiago. El aeropuerto estuvo cerrado un par de días, porque se desmoronaron pedazos del techo y hay grietas estructurales serias, pero pronto levantaron carpas y se organizaron para atender con la mayor normalidad posible. Esperamos casi dos horas para hacer inmigración, pero al salir, seis días más tarde, el sistema era mucho más eficiente, aunque todavía los pasajeros hacían cola en el calor, sin aire acondicionado ni agua y debían esperar horas sentados en el suelo. Nadie se quejaba y el personal trabajaba amablemente. Siempre me maravilla la calma, el orden, la buena voluntad y ese buen humor estoico de los chilenos en tiempos de catástrofe.

Después de la mortandad de Haití, el terremoto en Chile no ha causado el impacto en el mundo que habría tenido en otras circunstancias. Es uno de los más fuertes registrados hasta ahora, duró varios minutos, ha tenido más de 200 temblores posteriores y lo que no se cayó con el remezón se lo llevó el tsunami. Hospitales, escuelas, comisarías, puentes, caminos, miles y miles de viviendas, todo en el suelo. Las imágenes de televisión no pueden dar una idea aproximada de la destrucción. Hay pocos muertos dada la tremenda destrucción, en parte porque el país tiene códigos de construcción muy severos y en parte porque tenemos experiencia en este tipo de catástrofe. Apenas empezó a temblar, la gente en la costa corrió a los cerros. No hicieron lo mismo los turistas o los afuerinos.

Todavía no hay electricidad, comunicaciones, teléfonos o agua potable en muchos lugares. A las pocas horas del terremoto dejaron de funcionar los celulares, porque se agotaron las baterías y no había electricidad para cargarlas. Incluso las comunicaciones de las Fuerzas Armadas y Carabineros fueron traicionadas por la tecnología. Mucho blackberry, pero a la hora de la verdad parece que los métodos antiguos -como radio aficionados- eran más eficientes. En la isla Juan Fernández, que sufrió el impacto mayor del tsunami, sólo murieron seis personas porque una niña de 12 años corrió a tocar la alarma cuando vio que el mar amenazaba, así despertó a la población, que alcanzó a ponerse a salvo en los cerros. El jefe de la plaza estaba esperando que la Armada confirmara el peligro.

Hay mil historias de coraje y de dolor que me hacen llorar al recordarlas, como una madre a quien el tsunami le arrancó de los brazos a dos niños pequeños y todavía anda buscando los cuerpos, o el abuelo llorando por su nieto entre las ruinas de su casa, o las miles de mascotas que deambulan hambrientas y desorientadas en lo que antes fue un pueblo. Berta, la mujer que ha trabajado en casa de mis padres por 34 años, y es más querida por ellos que cualquiera de los hijos o nietos, es de Iloca, uno de los pueblos arrasados por el mar. Su familia perdió todo y varios de sus parientes aparecieron en la televisión mostrando la devastación. Habían levantado un techo y hervían agua en una fogata para ofrecer té a vecinos, periodistas y carabineros. En eso llegó un camión con adolescentes que habían juntado manzanas, frazadas, salchichas para esa gente en piyama que no había comido desde el día anterior. Uno de esos adolescentes era mi sobrino. Esto ilustra cuán de cerca nos golpeó a todos.

En Santiago y otras ciudades la gente hacía donaciones de comida, pañales, medicinas, agua, etcétera. Se hacían colectas en las calles y ciertos bancos estuvieron abiertos noche y día para recibir depósitos. En algunas escuelas los chicos recibían las donaciones, otros empaquetaban, luego llevaban las cajas a los camiones. A cierta hora vi salir 40 camiones con banderas chilenas, tocando bocinas, rumbo al sur. Y después vi en televisión la llegada a los campamentos de emergencia, donde eran recibidos con lágrimas, abrazos… y la infaltable “tacita de té”, símbolo de la hospitalidad chilena.

Hay innumerables anécdotas de valor y solidaridad, pero la prensa extranjera ha publicado más que nada sobre el pillaje. Es cierto que se cometieron desmanes en algunas ciudades antes de que la presidenta, Michelle Bachelet, sacara el Ejército a la calle e impusiera el toque de queda. Parece que la mayor parte del pillaje fue cometido por bandas organizadas, los mismos maleantes que trafican drogas y cometen otros delitos. Muchos han sido identificados, la policía allanó los sitios donde habían acumulado televisores, lavadoras, muebles, licores y otras cosas, y se recuperó una buena parte. La presidenta ha dicho que serán procesados. Otros ladrones de última hora, que no son profesionales del delito, devolvieron lo que se habían llevado, por vergüenza. No puedo menos que hacer la comparación con lo que ocurrió el 11 de septiembre de 1973, el día del golpe militar, cuando bombardearon la casa del presidente Salvador Allende en la calle Tomás Moro y luego los vecinos, gente pudiente del barrio alto, se robó lo que pudo, desde cuadros hasta fotos familiares.

Supongo que en una crisis lo mejor y lo peor de la sociedad quedan expuestos. En este caso la desigualdad ha quedado en evidencia. Chile ya no se considera un país en desarrollo, su crecimiento económico lo ha colocado entre las naciones del llamado Primer Mundo, pero la distribución del ingreso y de los recursos es una de las peores. Los 20 años de gobiernos democráticos de centro-izquierda de la Concertación han logrado reducir la pobreza dramáticamente, pero no han nivelado a la gente. En Chile los ricos son riquísimos y además ostentosos, un fenómeno que comenzó con la dictadura y se ha ido acentuando; antes los chilenos éramos sobrios, no había nada más kitsch que la ostentación. Este desequilibrio crea resentimiento social y violencia.

Michelle Bachelet terminaba su presidencia con el más alto porcentaje de aprobación de nuestra historia cuando ocurrió la catástrofe. El nuevo presidente es Sebastián Piñera, un billonario de derechas que llega al Gobierno con un equipo de empresarios jóvenes formados, en su mayoría, en universidades americanas. El discurso político y los valores cambiarán. (Éste es el chiste de actualidad; “Bienvenido a Chile, atendido por sus dueños”). El golpe brutal sufrido por el país puede ayudar a Piñera porque dará empleo en la reconstrucción, habrá ayuda y créditos internacionales, los trabajadores postergarán sus demandas y la oposición tendrá que colaborar con el Gobierno.

Dos semanas después del terremoto los chilenos están de pie, han superado la depresión y el miedo de los primeros días y se aprontan para reconstruir. Estamos acostumbrados a los coletazos de la naturaleza. Vivimos en el país más bello del mundo, pero expuestos a terremotos, tsunamis, inundaciones, sequías y de vez en cuando cataclismos políticos. Nunca somos mejores que en tiempos de crisis, cuando desaparece nuestra arrogancia y mezquindad, pero pronto se nos olvida y volvemos a nuestras malas costumbres. Sería estupendo que esta vez permaneciéramos unidos y generosos una vez que pase el estado de emergencia. Tal vez el abrazo de Michelle Bachelet con Sebastián Piñera en la Teletón sea un buen augurio. Sé que Chile se va a recuperar de las pérdidas materiales; espero que esta tragedia nos obligue a reforzar el tejido moral de la sociedad.

Al llegar a Estados Unidos un periodista me preguntó si tenía un mensaje para los americanos. ¿Qué podía responderle? Sólo que no hay seguridad para nadie en este mundo, como cualquiera que no sea un idiota privilegiado lo sabe. Se puede perder todo en un instante, pero casi siempre se puede volver a comenzar. La capacidad de sobrevivencia de los seres humanos es asombrosa. Eso aprendí esta semana en mi país, tan golpeado y tan querido.

Isabel Allende  escritora.

1832- 2010, aún antes y después, seguirán las voces en la resurrección: ocultos de sol y luna. El ocaso nace por si acaso…La sepultura del cielo un espejismo del ojo. El tótem del árbol alegoría del ser claudicando sobre sus propios charcos de sangre. No más asfixia en el miedo que te toca cuando sabes que eres irremediable y no queda nada que confrontar… abril 6, 2010

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LA POESÍA ECUATORIANA. Leonardo Barriga López, 1981 abril 6, 2010

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LA POESÍA ECUATORIANA
Leonardo Barriga López
Tomado de: Crítica y Antología de la poesía Ecuatoriana,

Cuadernos culturales Andinos, Editora Guadalupe Ltda.,

Bogotá, 1981.

Latinoamérica viniendo del río Grande del Sur a la estrecha

Patagonia. Aquí yacen inmersas antiguas taras heredadas del indio

y del feudal europeo en barroco sui géneris.

Una casta de dominadores se expandió por los confines de estas

tierras cuyos antiguos propietarios casi fueron exterminados

en brutal genocidio

no sin antes liquidar su cultura y la gran civilización nativa r

epresentada especialmente por los aztecas, mayas e incas.

En la gran noche del terror indio

los blancos violaron sus mujeres, robaron sus tierras y ganados,

decapitaron sus dioses, encerraron a sus descendientes

en reservaciones inhóspitas, a

sesinaron a sus líderes, quemaron sus palacios, fundieron

sus ídolos de oro para remplazarlos por otros exóticos y barbados.

Indoamérica

llenóse de gritos de dolor v de protesta. Y así, desde ayer, en el

Ecuador, como en otras naciones, los descendientes de la derrota viven

en condiciones inhumanas: en lo alto de las altas montañas,

en el trópico insalubre,

en el suburbio de las grandes ciudades, en las quiebras de las mesetas,

en la selva y en la manigua, royendo su propia miseria, su soledad de siglos.

Es que los caballeros feudales solo cambiaron de nombre y de indumentaria

al adoptar nuestros países una nueva bandera merced

a la expulsión del europeo.

Hidalgo y Morelos; Bolívar y sus capitanes,

San Martín y sus seguidores,

independizaron esta América mas no la libertaron.

La herencia medieval

sigue dominando los campos, las ciudades, los ríos, los mares y

hasta el mismo cielo, antes transparente y diáfano.

El hombre es un instrumento de su sed de poder y riqueza.

Los políticos organizan la lucha de clases en su propio beneficio,

sin oportunidad para los marginados.

LA COLONIA

De los aravicos y amautas, poetas indios prehispánicos,

que cantaban a sus dioses y héroes, al acontecer diario;

sus amores, sus emociones, sus penas e infortunios,

no nos queda sino el recuerdo.

Desaparecieron con su obra al paso de los vándalos.

Jacinto de Evia,

Antonio Bastidas y Juan Bautista Aguirre,

son figuras descollantes de la Colonia, del culteranismo. Evia,

nacido en Guayaquil en 1629, publica en España

“Ramillete de varias flores poéticas, recogidas

y cultivadas en los primeros abriles de sus años

por el maestro Jacinto de Evia” (1675 ), que contiene su poesía,

la de Antonio Bastidas ( 1615-1681), v la del Colombiano

Hernando Rodríguez de Camargo.

Poeta de menores vuelos, Evia escribía, pese a esta

circunstancia, con gusto delicado, aunque su conceptismo l

o llevaba a excesos verbales. Más que poeta era un versificador.

Juan Bautista Aguirre ( 1725-1786) de la orden de los jesuitas,

es un poeta de subidos kilates, de gran voz lírica;

juzgado en la actualidad como un artista de indiscutible mérito.

Es el poeta mayor del siglo XVIII, a quien no se le ha querido

hacer justicia, permaneciendo olvidado hasta hace poco tiempo.

Escritor, buen orador, discípulo de Góngora. Su Carta a Lizardo,

es una de sus mejores creaciones.

Entre otros escritores notables citamos a: Ramón Viescas,

José de Orozco,

Manuel y Joaquín Larrea, José Garrido.

Durante la etapa de las luchas por la independencia

no se concedió mayor importancia al cultivo de las letras.

No faltó, desde luego, la inspiración popular, en versos anónimos,

como la del Canto lúgubre, poema elegíaco en memoria d

e los patriotas asesinados el 2 de agosto de 1810.

La lucha política había creado un ambiente nada grato

para las manifestaciones literarias y paralizado

el funcionamiento de centros educacionales v culturales de la

Presidencia de Quito.

LA REPÚBLICA

José Joaquín Olmedo (1780-1847), sobresale

a principios de este período.

Poeta y político de renombre, uno de los grandes de América.

Es el cantor de Bolívar v de la causa americana. Su Victoria de

Junín constituye muestra notable de su genio.

El literato con su pluma defiende la libertad de su patria,

de las patrias sojuzgadas por España en la etapa heroica

de las luchas emancipadoras. Es considerado

como uno de los grandes

poetas de habla castellana; de corte neoclásico

y de aliento pindárico

y horaciano.

El Canto al general Flores, vencedor en Miñarica,

producción de mérito, es la ratificación de su alta vena artística

como poeta. Su Canto a Bolívar, según Menéndez y Pelayo,

“además de su valor intrínseco y de presentar reunidas en un solo

alarde todas las fucrzas del poeta, participa de la celebridad

histórica del grande acontecimiento que conmemora y vivirá,

cuanto viva en los fastos de América el nombre de Simón Bolívar,

del cual fue la más espléndida corona”.

ROMANTICISMO Y NEOCLASICISMO

Luego de Olmedo aparece en el Ecuador ya independiente

el Romanticismo ( 1850), escuela que surge en concordancia

con similares movimientos en otros países.

El lojano Miguel Riofrío (1822 – 1881), y el periodista guayaquileño

Vicente Piedrahita (1834 -1878), que hacía versos por compromiso,

al igual que Juan José Flores que pretendió de bardo con sus Ocios

poéticos, obra sin mayor valor literario, son nombres iniciales.

Posteriormente hay Un notable florecimiento de las letras

con representantes de romanticismo y neoclasicismo

que constituyen,

sin lugar a dudas, una valiosa generación:

Dolores Veintimilla de Galindo (1829 – 1857),

Numa Pompilio Llona ( 1832-1907), j

ulio Zaldumbide (1833 – 1881 ), Luis Cordero (1833 -1912 ),

Juan León Mera ( 1832-1894 ), Antonio C. Toledo ( 1868-1903 ),

Miguel Moreno (1851 – 1910),

Honorato Vásquez (1855 – 1933),

con temas en donde predomina el amor, el sentimiento filial,

la naturaleza y el paisaje.

Dolores Veintimilla de Galindo, es la iniciadora de esta tendencia

con versos sentidos y de hondo contenido humano.

Llona y Zaldumbide, de elevada voz lírica.

El primero vive en Cali v Lima;

en esta última ciudad escribe la mayor parte de su obra,

circunstancia que le hace figurar en antologías peruanas. J

ulio Zaldumbide, aristócrata, de gran cultura, gusta

de la meditación y del tema místico.

Juan León Mera, contemporáneo de Jorge Isaacs,

escribe poesía,

hace novela. Es escritor de vasta y prolifera creación.

Luis Cordero, versos clásicos del siglo de oro,

es autodidacta que alcanzó los mayores honores

como literato v hombre público,

pues llegó a ser Presidente de la República.

Como poeta, dice Crespo Toral, cantó las cosas altas:

la religión, la patria,

la raza, los héroes, rindió tributo al dolor v

tuvo la gracia de la sonrisa, la caricia del consejo

y la crítica que suena a palmetazos.

Miguel Moreno, un tanto prosaico,

publicó en la Unión literaria y en Los Sábados de mayo.

Su principal obra es el Libro del corazón. Poeta sin escuela,

de allí sus defectos,

y la falta de una mayor elevación y hondura en sus versos.

Honorato Vásquez fue con Moreno fundador de Los sábados de mayo.

Su estilo era más castizo y depurado que el de su compañero.

A esta promoción romántica le siguen:

Quintiliano Sánchez (1848 – 1925 ),

Juan A. Echeverría (1853 – 1939), Federico Proaño (1848-1894 ),

Julio Matovelle (1852 – 1929), Remigio Crespo Toral (1860 – 1939),

Alfredo Baquerizo Moreno (1859 – 1951),

Nicolás Augusto González (1859 – 1918), Víctor M. Rendón (1859-1940 ),

Mercedes González (1860-1911).

Remigio Crespo Toral, autor de varios libros en verso y prosa,

constituye una de las glorias del Ecuador.

De espíritu solitario e introvertido,

cantó con voz sonora los más disímiles temas

y “a diferencia de tantos agentes viajeros de sus propios libros –

dice Gonzalo Zaldumbide, aquel gran letrado autor de una docena

de volúmenes en prosa y en verso, no se ha preocupado

que su obra trascienda o permanezca confidencial.

Ha publicado a instancias de sus amigos tan solo cuatro.

Y los ha publicado en Quito o Cuenca, que es una manera

elegante de quedar inédito.

El resto de su producción esparcida está en

pequeñas revistas

locales o en folletos de circunstancia”.

Como ensayista

sobresale por la galanura de su prosa y acertado

y brillante empleo del idioma. En la actualidad la obra

de Crespo Toral es conocida mediante estudios,

antologías y ediciones de sus libros, en reconocimiento

al ilustre escritor y diplomático.

Echeverría, cuya producción no fue abundante,

se distingue por la pulcritud en el verso de

temas religiosos e íntimos,

de la naturaleza y el paisaje. Quintiliano Sánchez,

Director de la Academia

Ecuatoriana de la Lengua, como en el caso anterior,

es un clásico que gusta de la sobriedad

v de la frase de altos vuelos.

Belisario Peña, humanista y catedrático,

de nacionalidad colombiana,

que residió en el Ecuador la mayor parte de su vida,

dejó obras de indudable mérito en poesía de tono religioso

y elegíaco, inspirado en Lope de Vega y Calderón.

Nicolás Augusto González, guayaquileño,

mostró sus preferencias

hacia la lira romántica, mientras su hermana

Mercedes González de Moscoso

daba a la luz Cantos del hogar y Rosas de otoño,

en poesía intimista y delicada.

LA TRANSICIÓN Y BECQUER

En el período inmediatamente posterior denominado

La Transición hay un nuevo acontecer

de la circunstancia literaria,

anotándose la influencia del Parnasianismo

y del Simbolismo,

movimientos que tuvieron su origen en Francia

y que en el

Ecuador propiciaron una lírica con singulares

características;

en la estrofa adornada de metáforas e imágenes y cuya

significación como fuente renovadora

de la poesía ecuatoriana

no fue entendida a cabalidad por el mundo literario de la época,

estrecho y convencional, por decir lo menos.

Abanderados

de esta etapa son: César Borja (1852-1910)

y Francisco Fálquez Ampuero

(1877-1940). El primero irrumpe con versos

de corte moderno

de gran ritmo v armoría. Fálquez Ampuero

es literato de exquisita

cultura que escribe como José María de Heredia

y Leconte de Lisle.

Antonio C. Toledo, inspirado por Becquer,

crea una lírica de suspiros,

de brumas y recuerdos,

mientras Leonidas Pallares Arteta (1859-1931),

de la misma tendencia,

va hacia el poema de Campoamor.

Alfonso Moscoso (1879-1952)

seguidor de Leconte de Lisle,

es vate de sonoridades, con obra depurada,

por la corrección

en la forma y elementos literarios utilizados. Su poema

Los aserradores es lo más representativo.

En Cuenca sobresalen Gonzalo y Luis Cordero,

hijos del poeta-Presidente.

Gonzalo Cordero ( 1887-1933 ), “un gran elegíaco ecuatoriano”

según G. Zaldumbide, burila el soneto con toques maestros.

Alfonso Moreno Mora ( 1890-1940)

se distingue por sus versos dulces y melancólicos.

Otro cuencano de verso original

es Remigio Romero y Cordero (1895-1968 ),

“a quien no le faltó ninguna de las expresiones

de la poesía: égloga,

elegía, epicismo, cantos patrios,

elogios de ciudades y de los hombres,

poemas de átavos, músicas incaicas,

paráfrasis e interpretaciones …

Poesía numerosa, fluida, sonetos, silvas,

himnos, madrigales. . . “.

(Augusto Arias en Panorama de la literatura ecuatoriana).

Los Mera, en Ambato, hijos de don Juan León,

continúan la dinastía de las letras. Trajano (1862-1919)

y Eduardo ( 18711926), sobresalen en el verso

con peculiar acento.

Félix Valencia ( 1888-1918), poeta de fin de siglo,

sentimental v soberbio, existencialista y misántropo;

latacungueño como Juan A. Echeverría, compone versos fáciles,

románticos v soñadores,

rimas doloridas y cantos de protesta. Es el último de los

románticos del Ecuador.

Con referencia a esta época, Roberto Espinosa, en 1889,

dice: “Uno, que lo constituyen versos sonoros, grandilocuencia,

ideas levantadas y grave majestuosa dicción, donde campean

a la vez, junto con la forma bella y el aticismo de la lengua,

las excelencias del arte. El gran Núñez de Arce y Ferrari,

y J. P. Velarde y Olegario Andrade lo han usado en nuestros

días con éxito brillante. El otro, hecho y nacido al promediar éste,

por muchos conceptos excepcional, siglo XIX, es chispeante y nuevo,

más que por la forma, por la idea, por el sentimiento; no tiene

mayor artificio, y, a las veces, es seco, pero fácil, intencionado

y profundo; fugitivo v sombrío pero penetrante, como brote

que es del alma a la manera de chispa eléctrica; de aquí que

un verso, una palabra, despierte en ocasiones el sentimiento

y traiga el recuerdo de una dicha perdida o de un dolor padecido.

Bürger, con Heine y otros más en Alemania, D. Manuel del Palacio,

Campoamor, y el malogrado Becquer, entre los que hablamos

lengua castellana, son acabados modelos en este género conocido

entre nosotros, era con el nombre de dolora -el lied alemán-

ya con el de canción”.

RUBÉN DARÍO Y EL SIMBOLISMO

Darío constituye canto inicial de la renovación poética de América.

En el Ecuador este movimiento aparece en 1920 y marca un momento e

stelar de la poesía. El llamado modernismo da opimos frutos con sus

representantes Arturo Borja (1892-1912), Ernesto Noboa y Caamaño

(1892-1927 ), Humberto Fierro (1890 – 1928)

y Medardo Angel Silva (1898-1919). Es una literatura simbolista.

Ellos bebieron el agua melancólica de Samaín, de Verlaine,

de Baudelaire y de Poe. Es una generación que canta

al desaliento y a la derrota, a ese agostarse de los días cansados,

el “spleen” cubre con su mortaja a los jóvenes poetas; todos ellos f

allecen a temprana edad y por propia mano. Es la denominada

“Generación decapitada”. Liridas de gran sensibilidad y vocación,

artistas que hicieron de su breve vida un llamado permanente

hacia la muerte, un lamento de elevada voz que rompió

con los cánones literarios establecidos, dando prioridad a la metáfora,

a la imagen, al símbolo.

Arturo Borja resume su producción en La Flauta de onix,

apenas 18 creaciones de poesía pura, de delicadeza y buen gusto,

de visiones lejanas, de penas y melancolía, de emocionado

canto al espíritu. Noboa Caamaño sigue a Samaín, Baudelaire, Poe,

Machado, Rubén Darío. Pinta con maestría los estados del alma:

“Hay tardes en las que uno desearía / embarcarse y partir con rumbo incierto,/

y silenciosamente de algún puerto / irse alejando, mientras muere el día. . . “.

Romanza de las horas es su única obra.

Humberto Fierro hace con Borja y Noboa el grupo modernista de Quito,

de gran sensibilidad artística, su canto es el de la naturaleza,

de la égloga, en versos reunidos en El laúd del valle y

La velada palatina. Influenciado por Darío con el romance, soneto y

serventesio.

Medardo Angel Silva, el gran poeta del grupo modernista,

nacido en Guayaquil, de lírica melancólica y dubitativa,

“buscó deliberadamente, obstinadamente la contaminación.

Fingió más que los otros su ficción entrañada y dolorosa,

porque tuvo que fingir hasta

un ambiente lejano al suyo proletario, para su lírica

aristocracia en falso”.

(Benjamín Carrión en Indice de la poesía ecuatoriana).

El dolor es parte de sí mismo, de su vida nimbada de existencialismo

y de tragedia, de esa amargura interior que no le permite

un instante de reposo; también termina por propia mano

en el regazo de la muerte. Poeta de sonoridades interiores,

el verso es consustancial con su figura taciturna.

Emplea los recursos tropológicos con maestría

que en él es innata.

Coetáneos con la “Generación decapitada” o posteriores a ella

(Post-modernistas),

son los poetas: Alfonso Moreno Mora (1890 – 1940),

Wenceslao Pareja (1892 – 1947),

José Antonio Falconí Villagómez (1895 – 1967),

José María Egas (1896), Hugo Alemán (1899),

Miguel Angel León (1900 – 1940),

Aurora Estrada y Ayala de Ramírez (1902-1967),

Carlos Dousdebés (1902 – 1958 ),

Augusto Arias (1903-1964),

Gonzalo Escudero (1903 – 1971),

Jorge Carrera Andrade (1903 – 1978),

Alfredo Gangotena (1904 – 1944),

G. Humberto Mata (1904), Abel Romeo Castillo (1904) ,

César Andrade y Cordero (1904),

Manuel Agustín Aguirre (1904),

José Rumazo González (1904), Jorge Reyes (1905).

Gangotena, de espíritu y cultura francesa,

escribe en idioma

galo sus mejores poemas, que concitan

la atención de la crítica europea.

La metáfora es en este poeta elemento fundamental de

creatividad con la utilización de un lenguaje de símbolos

cuyos orígenes de abstraccionismo puro, constituven

lo más valioso y el motivo de una lírica conceptual.

“Las matemáticas se reflejan en el tono

y los conceptos de su expresión.

Euclides le proporciona la noción así tangible de infinito..

Pitágoras y Pascal le guían en el difícil arte de la concisión

y la síntesis geométricas. Leibnitz, los campos vectorianos

y la teoría de las quanta, le crean

un formidable poder de abstracción”,

dice el poeta Carlos Tobar Zaldumbide.

José María Egas, con obra de gran musicalidad y ritmo,

de temas y versos fáciles, con entonaciones de dolor

v de esperanza, que reflejan el tema sutil y etéreo

Miguel Angel- León, con sus Labios sonámbulos,

exalta el símil en el paisaje, en el alma de las cosas.

Miguel Angel Zambrano, riobambeño como León,

es el poeta del canto socialista. Sus versos,

de ricas imágenes son el grito

que reclama e impreca, que denuncia en su Mensaje y

Diálogo de los seres profundos. Hugo Alemán, intimista,

de versos delicados y confidenciales, que participa

del modernismo y del post-modero.

G. Humberto Mata, insurgente e iconoclasta, de Galope de

volcanes, emerge con su canto al indio, recoge su angustia

y su desgracia, increpa y crea una nueva poesía en lenguaje

neológico remozado.

Abel Romeo Castillo cultiva el verso de arte menor,

en especial el romance del cual es fiel seguidor,

como lo fuera su amigo

Federico García Lorca.

José Rumazo González, de poesía subjetiva, su tema preferido

es el de la muerte.

Hugo Mayo alcanza con su producción dadaista a

desconcertar a la crítica, mientras

Jorge Reyes pulsa armónicamente el diapasón

de su lira en Treinta poemas de mi tierra.

Con los Poemas automáticos y su Llamada a los proletarios,

Miguel Agustín Aguirre denuncia y conmueve;

César Andrade y Cordero,

en tónica diferente a la anterior prefiere los temas bucólicos

d

e su Cuenca natal.

Gonzalo Escudero desde muy joven, apenas 15 años, sorprende

a la crítica con sus Poemas del arte; sus Parábolas olímpicas

y Hélices de huracán y de sol son obras de notable factura.

Su estilo, de lírica personal, con un brillante empleo de los tropos,

es admirable.

La metáfora conserva sus versos de transposición iluminada.

Jorge Carrera Andrade, poeta de la naturaleza, de lo cotidiano,

“cantor del alma de las cosas”.

La imagen adquiere tonalidades vanguardistas.

Sus microgramas son insuperable muestra de su quehacer poético,

de acentos universales, cósmico, de perdurable vigencía

en el país y en las letras de hispanoamérica.

EL NEOSIMBOLISMO – LOS POETAS DE ELAN

Son poetas de ELAN, del “Vanguardismo lírico”:

Augusto Sacoto Arias ( 1907), Atanasio Viteri (1908 ), Ignacio Lasso (1911),

José A. Llerena (1912), Jorge I. Guerrero (1913),

Humberto Vacas Gómez (1913) , Alejandro Carrión (1915) ,

Joaquín Gallegos Lara (1911-1947), Nela Martínez (1911),

Enrique Gil Gilbert (1913 ), Pedro Jorge Vera ( 1915 ),

Adalberto Ortiz (1914), Nelson Estupiñán Bass (1915) .

Adalberto Ortiz y Nelson Estupiñán Bass, poetas negristas,

de voz inconfundible, con ritmo de tambores

y cantos de lejana cercana etnia.

Merecen igualmente destacarse Hugo Larrea Andrade (1907) ,

Rodrigo Pachano Lalama 1910), Carlos Suárez Veintimilla (1911),

Jorge Isaac Robayo (1911-1960), Carlos Bazante (1914).

Con referencia a este “Grupo de la promoción generacional”,

Hernán Rodríguez Castelo (Los de Elan y una voz grande, Clásicos Ariel),

dice: “Si tentamos situar con estrictez a estos personajes en su tiempo,

hallamos que se impone señalar dos grupos: uno,

entre quienes nacen hasta 1905, y otro de los que nacen pasado 1906.

Y resulta que como auténticas gentes de Elan solo nos quedan estos últimos.

Hechos al ritmo de las generaciones, con sus períodos de treinta años

divididos en dos de quince, ello es lo que podíamos prever.

En la generación de 1920 -que recoge a los L2acidos de 1890 a 1920-,

el segundo grupo (o segunda generación de preferirse la medida de 15 años)

corresponde a autores nacidos entre 1906 y 1920.

Son, exactamente, los de Elan. Es la promoción que irrumpe detrás

de modernistas y postmodernistas”.

Los poetas de este grupo se encauzan hacia una lírica interior,

cerebral, pero también se nota la decisiva influencia

de los movimientos sociales que se gestan en el país y en el mundo,

especialmente las dudas que plantean las consecuencias

de la primera guerra mundial y el período posterior.

Sacoto Arias, de sensibilidad, de profundidades, de original asonancia lírica.

Velorio del albañil, poema dramático de alto contenido social, es obra perdurable.

La furiosa manzanera obtiene el premio nacional de literatura en 1943.

Atanasio Viteri, alta voz lírica se distingue por su juego metafórico.

Ignacio Lasso, de poema introspectivo, desde su Escafandra,

en estrellas de alto valor poético y de perfecta y depurada técnica,

canta al dolor con estilo simbolista, “a mirar el mundo

con ojos de huérfano/ acurrucado en medio de los desconciertos”.

Desde las revistas América v Elan, hace crítica literaria v de arte,

prolueve la cultura, con otros nombres sonoros en la lírica

contempoánea del país.

Humberto Vacas Gómez, de voz intelectualizada

y de cauces filosóficos.

Alejandro Carrión, poeta de voz depurada, brilla con luz propia,

intimista, de presagios.

Pedro Jorge Vera hace versos comprometidos con Carteles

para las paredes hambrientas, para luego ir hacia los cauces

de lo normal con su Nuevo itinerario. Túnel iluminado

es la gran obra lírica.

Aquella que perenniza su nombre.

DÁVILA ANDRADE, DE MADRUGADA A LOS TZANTZICOS

Irrumpe Madrugada con César Dávila Andrade ( 1919-1967),

Eduardo Ledesma (1.920), Alejandro Velasco (1920) ,

Tomás Panaleón (1920) , Enrique Noboa Arízaga (1921 ),

Galo René Pérez 1923 ), Jorge Enrique Adoum (1923 ),

Hugo Salazar Tamariz 1923 ) , Edgar Ramírez Estrada (1923 ),

Cristóbal Garcés Larrea 1924), Rafael Díaz Icaza ( 1925),

Jacinto Cordero Espinosa 1925), Efraín Jara Idrovo (1926),

Eugenio Moreno Heredia 1926), Teodoro Vanegas Andrade (1926),

Miguel Angel Egas, Maruja Echeverría.

Luego de su breve paso por Madrugada los poetas

se disgregan e independientemente crean obras de aliento

en la poesía ecuatoriana. Ya no es el tema romántico,

ni la orfebrería parnasiana ni el canto misterioso a

exóticas latitudes y personajes extraños; hay un denominador

común hacia el hombre y sus problemas. Uno de ellos, César Dávila Andrade,

también narrador de gran valía, “cifra mayor de la literatura americana”,

desaparece prematuramente. Sus libros de poesía y relato,

van desde la ternura hasta el esoterismo v el misterio telúrico,

hacia la liberación total del hombre v su destino. Basta citar su Boletín y

elegía de las mitas.

Aparecen posteriormente Umbral, Presencia, Club 7, Caminos, Galaxia,

Vigilia, Tzántzicos, con: Carlos Vicente A-ndrade (1915), Hugo Albornoz Rojas (1919), Wilfrido Acosta Yépez (1923), Guillermo Ríos Andrade (1924) ,

Francisco Tobar García (1928), Filoteo Samaniego (1928),

Manuel Zabala Ruiz ( 1928), Francisco Granizo Rivadeneira (1928) ,

Gonzalo Pezantes (1928), Alfonso Barrera Valverde (1929),

Oswaldo Rivera Villavicencio (1930), Carlos Villasis Endara (1930),

Yolanda Medina Mena ( 1931) , Eduardo Villasis Meythaler (1932) ,

Ileana Espinel (1933 ), Félix Yépez (1933 ),

Rafael Arias Michelena ( 1934),

Sergio Román ( 1934), David Ledesma Vásquez ( 1934(961) ,

Euler Granda ( 1935), Atahualpa Martínez ( 1935),

Leonardo Barriga López ( 1936), Carlos Manuel Arízaga ( 1938),

Ulises Estrella (1939) , Raúl Armendáriz (1941),

Ana María Iza (1941),

Violeta Luna (1943), Rafael Larrea ( 19441), Raúl Arias (1944 ),

Franklin Barriga López (1945), Rafael Herrera Gil, Simón Corral,

Marcelo Robado, Antonio Ordóñez, Marco Muñoz Velasco,

Alfonso Murriagui.

Estos poetas integran agrupaciones más homogéneas que las

anteriores por su disciplina y capacidad

de comunicación con el pueblo,

por su fluidez verbal, de metáforas e imágenes graves.

Su mensaje, en su mayoría antilírico, indudablemente

va a popularizar la poesía.

Van a la fábrica, al sindicato, a la plaza pública,

a la comunidad

campesina, a los centres educacionales.

Sus integrantes. junto

con otros escritores y artistas,

adoptan medidas radicales

en beneficio de la cultura: la renovación de la

Casa de la Cultura en 1966, a la cual democratizan

v la constitución de la Asociación de Escritores

y Artistas Jóvenes del Ecuador.

Al margen de asociaciones literarias aparecen

César Ayala Paredes ( 1923 ),

Edgar Ramírez Estrada ( 1923 ), Carlos Carrera (1926 ),

José Félix Silva (1929 ), Norgrevi Matalla Golú (1929) ,

Mario Cobo Barona (1930), Miguel Donoso Pareja (1931),

Horacio Hidrovo Peñaherrera (1931),

Carlos Eduardo Jaramillo (1932), Jorge Torres Castillo (1933),

Saranelly de Lamas (1933),

Francisco Pérez Febres Cordero (1934),

Fernando Cazón Vera (1935),

Ignacio Carvallo Castillo (1937),

Francisco Araújo Sánchez (1937),

Rodrigo Pezantes Rodas (1937),

Diego Oquendo ( 1938), Rubén Astudillo (1938 ),

Antonio Preciado (1940), Marta Lizarzaburu (1944 ),

Federico Ponce Cevallos (1947),

Carlos Lasso Cueva (1951), Mariana Cristina García ( 1951) ,

y otros vates, representantes de la nueva poesía.

La generación poética, de Madrugada a los Tzantzicos, comprendida

entre 1920 y 1950, conoce de la necesidad inaplazable de cambiar

caducas estructuras por otras que propicien un mejor desarrollo

económico y social concordante con las necesidades colectivas,

de modo que el

concepto de justicia tenga asidero en el lenguaje

común latinoamericano. La cibernética y el tecnicismo a

yudan a vivir mejor a quienes ostentan y mantienen los privilegios

y empeoran las condiciones de los humildes. De allí la insurgencia

de estos poetas, su expectativa porque cese el dolor y la miseria,

para que se propicie un mundo más justo e igualitario.

Bogotá, diciembre de 1980.

Recogiendo trabajos de recopilación de la poesía de ecuador un aporte de otros, unos, una tarea abril 6, 2010

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