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sobre lecho… de carmen váscones marzo 13, 2010

Posted by carmenmvascones in Uncategorized.
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sobre lecho de la bacante, poema carmen vascones traducido al italiano y más

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POEMA TRADUCIDO AL ITALIANO

POR LISA COCCO

SUL LETTO

Sul letto di una incerta campana

suona liturgìa,

diluvio di fioretti scavano

leggerezze monacali

dentro il baule di vetro

– Rimango con me per stare con te –

Tragedie di riti proclamano pausa

e silenzi

rinasco allontanandomi da ciò

che fa male,

umiliazione, disamore, confidenza

sopporto la fine di una candela grondante

all’unisono dei passi contemplo

la mia solitudine

riesco ad interiorizzare il movimento

compassioni accompagnano il corteo.

Il barcaiolo rema nudo, mal disposto,

la mia inadeguatezza uno vuol seguire,

controllando,

con fattezze di persecutore.

Ondeggi di corde e retaggi rinnegati

non riparano, imitando un neonato

brusco sonaglio di accanimenti

si beava col germoglio debole del gemito

imprigionato, che sparisce nell’omelia.

Pozioni dietro riscatto

attacchi e ritirata

non c’è posto per un

chiaro abbandono assoluto,

Responsabile del malcostume

te ne andasti.

Il mio principio impersona la

parola Carmen

radicata con violenza all’ idea

di non cedere

fino a non poterne più

fino a non volere più

fino a dire basta.

Estraggo da me,

la schiava spaventata

dall’ impalcatura

la mia voce disperde

la fragilità dell’ombra

annullo

tutto ciò che assomiglia al dolore.

Coloro l’innocenza dell’essere insignificante

nel mio stupore infantile

quello che sono

Nella mia passione sciolgo l’ urgenza

dell’ immobilità

in mio potere ho la mia fine

e il mio inizio.

Candele, crescono come battesimo e litanie

nelle viscere del predicatore

che proclama l’arrivo dei geni

solchi di fiumi rimangono prossimi alla nascita

una luce nascosta rivelazione del proposito

non c’è rassegnazione conforme

accoppiamenti di trionfo senza confronti

arrivano all’interno dei miei sonni

calpestati nella pubertà della genesi.

Annoto sveglia l’insurrezione del grido

il viso confuso non trova calma nel mio

un vuoto sconforto lascia il calice,

la preghiera non appartiene all’adorante

sottomesso,

la speranza si allontana senza importanza

porto l’inerzia della sua sostanza nella

mia memoria,

in prati in pendenza la sua gioventù rubata,

avvolto in tulle bianco il corpo

che una volta è stato bello.

I respiri, sorreggono le preghiere sospese,

crocifissa l’ emozione, rivela inclemenza

la sete dello spirito, muore dietro

raccomandazioni.

Non chiedermi mai dell’ assenza,

con me quello che non è con lei

con lei quello che non è con me

non dorme come me

né riposa

è uguale a me.

La mia solitudine

è fragile davanti al silenzio

mite come la malinconia

nella mia oscurità

tenera

come l’angelo custode

che porto

dentro.

Porto la tristezza più bella

rinchiusa nelle urne dei miei occhi

(la mia morte che non mi farà male)

onnivora radice non imitarla,

il suo tumulto un’acida dolcezza iniziale

– l’unica che non devi tradire –

Riempio con tamburelli da gioco

la mia porzione di terra

lastricato di persecuzioni.

Nella roccia lacrimosa sedimentano

promessa avvolta

come era?

La regina dell’universo abita

specchi sparsi nell’anfora di avorio

Chi ti accoglierà?

Chi riceve le tue implorazioni?

La felicità gioca a procreare

un altro mistero originale.

Vuoi entrare nel giro? 

SUL LETTO

 

Sul letto di una incerta campana

suona liturgìa,

diluvio di fioretti scavano

leggerezze monacali

dentro il baule di vetro

– Rimango con me per stare con te –

 

Tragedie di riti proclamano pausa

e silenzi

rinasco allontanandomi da ciò

che fa male,

umiliazione, disamore, confidenza

sopporto la fine di una candela grondante

all’unisono dei passi contemplo

la mia solitudine

riesco ad interiorizzare il movimento

compassioni accompagnano il corteo.

 

Il barcaiolo rema nudo, mal disposto,

la mia inadeguatezza uno vuol seguire,

controllando,

con fattezze di persecutore.

 

Ondeggi di corde e retaggi rinnegati

non riparano, imitando un neonato

brusco sonaglio di accanimenti

si beava col germoglio debole del gemito

imprigionato, che sparisce nell’omelia.

 

Pozioni dietro riscatto

attacchi e ritirata

non c’è posto per un

chiaro abbandono assoluto,

Responsabile del malcostume

te ne andasti.

 

Il mio principio impersona la

parola Carmen

radicata con violenza all’ idea

di non cedere

fino a non poterne più

fino a non volere più

fino a dire basta.

 

Estraggo da me,

la schiava spaventata

dall’ impalcatura

la mia voce disperde

la fragilità dell’ombra

annullo

tutto ciò che assomiglia al dolore.

 

Coloro l’innocenza dell’essere insignificante

nel mio stupore infantile

quello che sono

Nella mia passione sciolgo l’ urgenza

dell’ immobilità

in mio potere ho la mia fine

e il mio inizio.

 

Candele, crescono come battesimo e litanie

nelle viscere del predicatore

che proclama l’arrivo dei geni

solchi di fiumi rimangono prossimi alla nascita

una luce nascosta rivelazione del proposito

non c’è rassegnazione conforme

accoppiamenti di trionfo senza confronti

arrivano all’interno dei miei sonni

calpestati nella pubertà della genesi.

 

Annoto sveglia l’insurrezione del grido

il viso confuso non trova calma nel mio

un vuoto sconforto lascia il calice,

la preghiera non appartiene all’adorante

sottomesso,

la speranza si allontana senza importanza

porto l’inerzia della sua sostanza nella

mia memoria,

in prati in pendenza la sua gioventù rubata,

avvolto in tulle bianco il corpo

che una volta è stato bello.

 

I respiri, sorreggono le preghiere sospese,

crocifissa l’ emozione, rivela inclemenza

la sete dello spirito, muore dietro

raccomandazioni.

 

Non chiedermi mai dell’ assenza,

con me quello che non è con lei

con lei quello che non è con me

non dorme come me

né riposa

è uguale a me.

 

La mia solitudine

è fragile davanti al silenzio

mite come la malinconia

nella mia oscurità

tenera

come l’angelo custode

che porto

dentro.

 

Porto la tristezza più bella

rinchiusa nelle urne dei miei occhi

(la mia morte che non mi farà male)

onnivora radice non imitarla,

il suo tumulto un’acida dolcezza iniziale

– l’unica che non devi tradire –

 

Riempio con tamburelli da gioco

la mia porzione di terra

lastricato di persecuzioni.

 

Nella roccia lacrimosa sedimentano

promessa avvolta

come era?

La regina dell’universo abita

specchi sparsi nell’anfora di avorio

Chi ti accoglierà?

Chi riceve le tue implorazioni?

 

La felicità gioca a procreare

un altro mistero originale.

Vuoi entrare nel giro?

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